Caso Englaro: quelle sentenze svuotano il ruolo del medico

Con queste sentenze i magistrati hanno alterato (ma possiamo continuare a credere che lo abbiano fatto inconsapevolmente?) l'immagine storica, epistemologica e deontologica della medicina.
Dietro al conflitto di competenza tra Parlamento e Magistratura non è difficile scorgere un ben più grave conflitto: quello tra una medicina a saldo e nobile fondamento ippocratico, chiamata a difendere la propria autonomia scientifica ed etica, e una medicina pensata invece come neutrale pratica sociale, incapace di autogovernarsi e controllata biopoliticamente da norme e regole minuziosamente formali

A bbiamo già letto autorevoli, sottili e perti­nenti analisi giuridiche in merito al con­flitto di attribuzioni tra Parlamento e Magistra­tura, sollevato a partire dal caso Englaro: anali­si tutte meritevoli di attenzione, che però non incidono sul cuore del problema, che non ha un carattere primariamente giuridico, ma bioe­tico. Anche se la vicenda Englaro (come tutte quelle dei malati in coma) è umanamente stra­ziante, non è però di per sé particolarmente complessa, se si è in grado di stabilire alcuni punti fermi, come è assolutamente necessario fare, se non si vuole che la pur feconda diver­sità di opinioni tra i bioeticisti porti ad un'as­surda paralisi decisionale ogni qual volta sorga un qualsiasi problema bioetico (paralisi oltre tutto che verrebbe inevitabilmente sciolta in questo modo: poiché ci sono tante opinioni di­verse, vanno tutte bene; va quindi bene tutto e il contrario di tutto).

  Nel nostro caso, la questione è riassumibile in pochi ed essenziali principi. La vita umana è in­disponibile, non perché sia un bene morale, ma perché è il presupposto di ogni bene morale; la medicina è quella pratica epistemologica e so­ciale, elaborata da generazioni e generazioni di uomini, col fine specifico di garantire la cura, la promozione, la difesa della vita e in particolare di ogni singolo essere umano vivente, indipen­dentemente dalla sua età, dalla sua salute, dal­le sue fragilità. I malati in coma persistente han­no, come qualsiasi altro malato, un diritto asso­luto alle terapie e all'assi­stenza loro dovute.

  Ebbene, le due ultime sen­tenze sul caso Englaro (quella della Cassazione e quella della Corte di ap­pello di Milano) hanno in­ciso in modo estrema­mente rilevante sul para­digma sopra riassunto. Il coma persistente, anziché essere riconosciuto per quello che è, cioè uno sta­to patologico di estrema gravità, da affidare alla competenza terapeutica dei medici, è stato di fatto interpretato, in modo arbitrariamente innova­tivo, come una dimensione mediana tra la vita e la morte. In questa paradossale zona bioetica­mente grigia, il principio ippocratico di 'garan­zia' è stato svuotato dall'interno e il dovere dei medici, da quello di operare per la vita, è stato riformulato in quello (del tutto inedito!) di por­si al servizio di una pretesa (peraltro nel nostro caso ben poco documentata) volontà sovrana del paziente di interruzione di ogni terapia. Ma non basta: per giustificare giuridicamente la so­spensione dell'alimentazione e dell'idratazione dei malati in coma è stato necessario che i giu­dici riqualificassero formalmente queste prati­che come terapeutiche: essi sono così entrati in un ambito scientificamente ed eticamente mol­to controverso, assumendo come incontestata l'opinione di alcuni, pur se autorevoli, medici e delegittimando nello stesso tempo la ben di­versa opinione di altri, parimenti autorevoli, me­dici e soprattutto del senso comune.

  In breve: con queste sentenze i magistrati han­no alterato (ma possiamo continuare a credere che lo abbiano fatto inconsapevolmente?) l'im­magine storica, epistemologica e deontologica della medicina e lo hanno fatto in modo così incisivo, da creare vere e proprie situazioni di 'vuoto' normativo, tali da mettere in serio im­barazzo pratico gli operatori sanitari che do­vrebbero assistere la povera Eluana dopo la so­spensione dell'alimentazione e dell'idratazione. Di qui l'ultimo paradosso: la stessa sentenza che individua le corrette (!) procedure legali per far morire Eluana impone altresì ai medici di seguire regole minute di condotta (come l'idra­tazione delle mucose del suo corpo o la som­ministrazione di peculiari sostenze farmacolo­giche) per non farla 'soffrire' nell'attesa del de­cesso. In queste sentenze la giuridificazione del­la medicina appare ormai un fatto compiuto, tanto quanto l'umiliazione scientifica e deon­tologica dei medici. Dietro al conflitto di competenza tra Parlamen­to e Magistratura non è difficile scorgere un ben più grave conflitto: quello tra una medicina a saldo e nobile fondamento ippocratico, chia­mata a difendere la propria autonomia scienti­fica ed etica, e una medicina pensata invece co­me neutrale pratica sociale, incapace di auto­governarsi e controllata biopoliticamente da norme e regole minuziosamente formali.

Francesco D'Agostino
Avvenire
29 Luglio 2008

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1 Agosto 2008

 

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