Il Cottolengo e la cura degli incurabili (o sono mostri?)

La cura dei malati era una caratteristica del cristianesimo delle origini. Il medioevo cristiano ha inventato gli ospedali. Perchè è solo con il cristianesimo – proprio perché è basato sulla forza redentrice di una vittima innocente e sconfitta – che la pietà e la cura per la vittima sono entrate nel mondo

“Fatemi capire perché bisogna difendere il diritto alla vita di migliaia di esseri deformi, inadatti, incompleti, che riempiono quel museo degli orrori che è il Cottolengo. Fatemi capire perché è sacro il diritto di venire al mondo di un handicappato che poi nessuno difenderà”. Non è Antonio Socci, of course. Ma Socci ha la memoria lunga e si ricorda ancora questa frase di Adele Faccio, 1975 o giù di lì. E' la prima che gli viene in mente quando, per provare a sondare in profondità le implicazioni del caso di Terri Schiavo (“in fondo è il tema dell'eliminazione di una vita giudicata inutile”), gli si chiede di spiegare il senso di un'opera come la Piccola Casa della Divina Provvidenza fondata a Torino nel 1832 da Giuseppe Benedetto Cottolengo, sacerdote e futuro santo, in zona Borgo Dora, per accogliere tutti gli “incurabili” e gli abbandonati.
Un'opera di carità che ancora oggi, con oltre cento istituti, immette nel mondo la sfida paradossale di una cura del malato, dell'“inadatto” e persino dell'“inutile” che non stacca mai la spina, che riconosce fino all'ultimo alla persona, qualunque sia la sua condizione, piena dignità umana.

Il punto che collega Terri Schiavo all'opera del Cottolengo, riflette Socci, è che il fatto stesso che esista un luogo come la Piccola Casa rimanda a una esperienza radicalmente altra, a una prospettiva che sarebbe umanamente impossibile al di fuori dell'esperienza storica del cristianesimo. “E' l'irruzione nel mondo della pietà verso la vittima, verso il debole, l'nfinitamente bisognoso portata da Cristo. Che non è da confondere con il pietismo”. Per spiegare il concetto, serve un pensiero capace di reggere la portata di questi temi. Socci lo rintraccia nell'opera di René Girard, antropologo e studioso del sacro che ha indagato (da “La violenza e il sacro”, uscito in Italia da Adelphi nel 1980 fino a “Vedo Satana cadere come la folgore”, tradotto sempre dall'editore milanese nel 2001), la storia delle civiltà nella prospettiva della vittima sacrificale, della violenza punto focale della civiltà e del potere, religioso o politico. E dunque dell'impossibilità a esercitare una vera pietà sulla creatura umana che non sia quella del genus, della tribù, della nazione.

“Girard riconosce che è solo con il cristianesimo – proprio perché è basato sulla forza redentrice di una vittima innocente e sconfitta – che la pietà per la vittima, la cura per la vittima, è entrata nel mondo”. Dire “solo col cristianesimo”, significa dire che non è una filosofia, ma è un accadimento storico che ha cambiato la percezione della dignità umana? “Come ha scritto anche Rodney Stark a proposito della diffusione del cristianesimo delle origini, uno dei fattori che ne decretarono il successo fu proprio la cura dei deboli, dei malati, dei vecchi, che veniva praticata dai cristiani.
Prima non c'era, almeno con quella intensità. E' la stessa vicenda degli ospedali, nati nel medioevo come luoghi di ospitalità per il malato, il pellegrino, lo straniero, nati come luoghi in cui veniva praticata la cura per l'uomo. E' una rivoluzione del cristianesimo che segna tutta la storia dell'Europa e, da lì, tutto il mondo.

Oggi l'idea della cura del malato si è per così dire ‘globalizzata'. Anche altre civiltà, pensiamo solo all'India di Gandhi ma anche di Madre Teresa, hanno conosciuto quell'atteggiamento di radicale pietà per il debole”. Fuori da questa prospettiva, storica prima ancora che etica, per Socci “l'alternativa torna a essere quella degli dèi, come dice Girard. E l'alternativa secca posta con lucidità da Nietszche: tutto si può fare dal momento che Dio non esiste”.

La memoria di Socci si allunga anche a Italo Calvino che in “La giornata di uno scrutatore” raccontò nel 1963 di uno scrutatore finito proprio nel seggio del Cottolengo. Davanti a quell'umanità sofferente e “inadatta”, a differenza di Adele Faccio, Calvino col suo personaggio scopre la grande forza dell'amore verso gli altri esseri umani. Calvino, prosegue Socci, dimostra che pure senza essere cristiani, si può accedere a un sentimento, a una considerazione diversa del male, del dolore irrimediabile, “che infatti è presente in modo più o meno sviluppato in tutte le civiltà e nelle religioni. Ma quella pietà, quell'amore smisurato a ogni essere umano, all'umano in sé è un portato storico del cristianesimo e avviene solo per grazia di Dio, come del resto riconosceva Cottolengo”.

Invece, come dimostra il caso di Terri Schiavo, lo sforzo umano incontra il suo limite, non regge, si riduce al patteggiamento dell'utile. “E' il mio utile contro una ‘vita che non è utile'. Io rabbrividisco sempre quando sento affermare che la scienza non deve avere limiti. Deve averli eccome. Perché sopra la scienza c'è dell'altro”.

da Il Foglio
24 Mar. 2005

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24 Mar . 2005

 

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