Dubbi laici sull'aborto

La banalità dell'aborto è diventata convinzione diffusa. Ma l'aborto non è una "conquista di civiltà", è un conflitto drammatico su cui anche la cultura laica deve interrogarsi

Giovanni Orsina è direttore scientifico della Fondazione Luigi Einaudi. Docente di Storia contemporanea alla Luiss Guido- Carli di Roma. Ha pubblicato “Senza Chiesa né classe” (Carocci), “Anticlericalismo” e “Il partito liberale nell'Italia repubblicana” (Rubbettino). Ha mandato al Foglio una lettera, pubblicata ieri, sul problema dell'aborto.
Nel nostro paese, ha scritto Orsina, il progressismo conservatore si rivela spesso nella figura dell'“intangibilità”, ingranaggio di un marchingegno ideologico che mira a santificare l'esistente circondandolo di tabù.

Intangibile è la legge 194, circondata dall'imperatrice di ogni intangibilità, la Costituzione. Ma tacitare in via preventiva una discussione sull'aborto è, secondo Orsina, “operazione sporchetta”, assai illiberale e dannosa. Il meccanismo dell'intangibilità nuoce ai laici, lasciando i cattolici monopolisti di dubbi e perplessità che una seria visione laica della vita non può fare a meno di nutrire. Si impedisce anche che dell'aborto si ragioni in termini etici, dando per scontato che ciò che è lecito sia pure giusto.

La banalità dell'aborto è diventata nel paese convinzione diffusa: anche sul piano etico, come su quello giuridico, interrompere la gravidanza è ormai comunemente considerato un'operazione che si risolve interamente nella sfera individuale della donna e che quindi, nonché vietata, non vada nemmeno discussa: è un diritto assoluto, una “conquista di civiltà”. Ma è ben triste, scrive Orsina, l'epoca che dell'umanità del feto non si pone neppure il problema.
Non si dovrebbe parlare di diritti della donna, ma di conflitto drammatico fra i diritti della donna e del nascituro. Un conflitto che in termini giuridici può essere risolto contro questo e a favore di quella, ma che sul terreno etico deve continuare a pesare sulla coscienza della nostra civiltà.

Non è una conquista, l'aborto, ma una lacerazione profonda della nostra civiltà. E l'aborto terapeutico è una disfatta, ancora più grave quando per giustificarla viene chiamato in causa il presunto bene del feto sventurato, con una presunzione illiberale: dall'imperfezione deduciamo l'infelicità necessaria e ci arroghiamo il diritto di liberare l'infelice dal suo dolore. Con buona pace dell'unicità e dignità di ciascun individuo.

Il Foglio
2 luglio 2005

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3 luglio 2005

 

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