«Gesù giunge a noi attraverso chi è stato suo discepolo: nessuno nel mondo antico ha contraddetto la testimonianza dei primi cristiani La vera contestazione avviene addirittura 1700 anni dopo...»«Bisogna partire dal fatto che la prima reazione attorno a Gesù fu lo stupore, l’accoglienza e la divulgazione della sua originalità La fede è lo snodo decisivo, altrimenti si rimane in superficie»
Chi crede non può conoscere Gesù. Quello "vero", s'intende: perché quello "della fede" è un Gesù sotto sembianze fuorvianti, una caricatura dell'originale storico. Il cristiano si tenga pure la sua religiosità, la conoscenza dei fatti è compito che spetta ad altri. Tesi singolare, per non dir altro, questa che càpita di veder ricomparire nella pubblicistica per il grande pubblico. È quanto accade ancora in questi mesi segnati da un ritorno d'interesse per gli studi sul "Gesù storico" e, ora, anche dall'attesa del primo volume del ciclo su Gesù firmato da Benedetto XVI nelle vesti del teologo Joseph Ratzinger, testo che sarà reso pubblico a breve. Ma se romanzi tipo Il Codice da Vinci vengono guardati con un certo distacco dagli studiosi per l'oggettiva pochezza, così non può accadere per volumi che invece hanno la pretesa di indagare più a fondo su Gesù, salvo porre in premessa che lo sguardo della fede e la stessa teologia sarebbero ostacoli alla comprensione della realtà, da accantonare per scelta di metodo. La questione merita di essere esaminata e discussa, così come fa don Romano Penna, docente di esegesi del Nuovo Testamento alla Lateranense e tra le massime autorità nello studio della prima cristianità. Penna non vuole sentir parlare di "processi" a libri, gli preme discutere un tema che sta al cuore della stessa intelligenza credente: la conoscenza di Gesù Cristo.
Professore, i tentativi di rileggere Gesù talvolta si risolvono nella sua riduzione a una figura separata dalla fede. Perché? «C'è una complessità nelle interpretazioni delle prime generazioni cristiane che si sono confrontate con la figura di Gesù non tenuta in debita considerazione. Le origini cristiane sono molto articolate, è inutile sfuggire a questo dato come invece fanno numerose semplificazioni laiche». Cosa intende per "semplificazioni laiche"? «Penso alle letture che non tengono conto della pluralità delle fonti. A Gesù si arriva inevitab ilmente attraverso interpretazioni che di lui sono state date dalla prima comunità cristiana. Se manca l'umiltà di confrontarsi con queste interpretazioni si finisce per affermare che "la teologia non serve a niente", vecchia obiezione illuminista. Il cristianesimo delle origini è una storia di ermeneutiche che si sono esercitate sulla figura di Gesù, a vari livelli e con diversi generi letterari, dalle lettere di Paolo ai Vangeli, all'Apocalisse. Va fuori registro chi, volendo semplificare, dipinge un Gesù a una sola dimensione, l'uomo solidale con i poveri, ad esempio. Tutto qui? E dov'è la cristologia degli evangelisti? Ripeto: ci vogliono l'umiltà, la pazienza e il rigore di stare alle fonti cristiane, senza voler piegare Gesù alla ricostruzione che va più a genio alle proprie precomprensioni». Quanto può pesare un simile inquinamento all'origine? «Tutto il lavoro finisce condizionato da un vizio di partenza. Vale invece la pena di cimentarsi su Gesù con la mente libera da queste zavorre, astrarre da se stessi e prendere in mano le fonti mettendosi dal loro punto di vista, e non leggendole a partire dal proprio». C'è un errore più ricorrente in pubblicazioni e articoli? «Sì: l'esclusione della fede, come se il cristianesimo avesse oscurato l'identità del Gesù storico... Ma stiamo scherzando? Sono le comunità cristiane che hanno trasmesso la figura di Gesù, nessun altro si è cimentato nel ricostruirla, non ci sono tentativi diversi nell'antichità. Gesù giunge a noi attraverso chi è stato suo discepolo: né alcuno nel mondo antico risulta abbia mai contraddetto la testimonianza dei primi cristiani. La prima vera contestazione delle fonti cristiane avviene addirittura nel XVIII secolo, 1700 anni dopo...». Cosa risponde a chi sostiene che il Gesù della fede non è storicamente attendibile? «Che non esistono altre interpretazioni. Perlomeno se ne tenga conto, e non le si rimuova liquidandole come inaffidabili». Da dove è corr etto partire, invece?
«Dal prendere atto che la prima reazione attorno a Gesù fu lo stupore, l'accoglienza, l'accettazione e la divulgazione della sua originalità. Poi va registrato il primo motivo di ripulsa del giudaismo nei confronti del cristianesimo, cioè l'affermazione scandalosa di un crocifisso come Messia. Da una parte c'è chi rappresenta Gesù come un grand'uomo, un filantropo, dall'altra c'è il giudizio più arcaico su di lui, stando alla documentazione: ed è un giudizio di fede, che fa di lui perlomeno il Messia, Christòs. A un certo punto appare sulla scena della storia qualcuno che crede in lui come Figlio di Dio. Bisogna misurarsi con questi fatti, altrimenti si va fuori pista». Dell'approccio a Gesù attraverso inchieste giornalistiche cosa pensa? «Che rischiano la superficialità, specie se escludono che il punto di partenza di tutto, lo scarto decisivo, è stata proprio la fede in lui: dapprima quella dei discepoli, poi quella pasquale che ha impresso la sterzata e aperto un'esperienza forte. Quando si documenta l'esistenza del primo gruppo dei credenti in Gesù va lasciata aperta la porta a una domanda chiave: come mai ha preso corpo un'esperienza di simile portata? Cosa l'ha motivata? Gesù apre una pagina del tutto inedita: un gruppo di persone credette in lui come Cristo, con una messianicità che diverge dalla speranza del popolo ebraico».
Per chi vuole conoscere il Gesù "vero" la fede allora non è fuorviante, come si sente dire? «La fede non frena la conoscenza su Gesù, ma anzi esige che si compiano tutte le ricerche possibili. Chiede però anche di non essere mai esclusa, così come essa stessa non taglia fuori nulla: tutti gli apocrifi giunti a noi sono stati custoditi da mani cristiane. Ma non solo: la stessa Chiesa anziché limitarsi a un solo Vangelo ne ha adottati ben quattro, che talora divergono su narrazioni e parole: questo è il segno del pluralismo delle fonti che appartiene allo stess o Dna del cristianesimo». Gesù storico e la Chiesa, sostiene qualcuno, sono due entità separate. Cosa replica? «Che all'inizio del cristianesimo non c'è un libro ma la vita della Chiesa, cioè un'esperienza storica. La figura di Gesù è solo dentro questa esperienza. Gesù non è un grande ispiratore poi rimasto estraneo a quel che accadde dopo. Gesù e la sua comunità sono un tutt'uno inscindibile: una dimensione che la pubblicistica laica non considera, privandosi di una componente decisiva per capire. La fede sono le "lenti" attraverso le quali storicamente si è vista la figura di Gesù. Ignorarle è antistorico».