Preghiera per la vita, la nuova sfida per l'evangelizzazione della cultura
Il referendum sulla fecondazione artificiale ha riaperto a tutto campo il dibattito sulla bioetica. E abbiamo scoperto che la sensibilità per la difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale va crescendo. In questa nuova sfida culturale, i cattolici hanno un'arma più potente di ogni sforzo umano: la preghiera
Due anni fa, in questo periodo, l'Italia discuteva della legge sulla procreazione medicalmente assistita (PMA) che doveva passare l'ultimo vaglio del Senato: gli esperti avevano seguito con attenzione i volteggi del testo di legge nelle aule del Parlamento e avevano spiato i segni di concessioni, cedimenti, divisioni fra le parti in gioco, che consumavano le ultime battute di un processo iniziato da tempo. Basti pensare che il primo progetto di legge sulla PMA in Italia era del 1984 e che il disegno di legge da cui scaturisce più direttamente quella attuale era stato approvato alla Camera già nel 1999 (cfr. C. Mantovani, La Procreazione Medicalmente Assistita: alcune considerazioni dopo l'approvazione della legge n. 40 del 19 febbraio 2004 , “Cristianità”, 323, 2004, p. 12).
Nel 2004, praticamente all'indomani dell'entrata in vigore della legge 40 recante “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, sono iniziati i tentativi per abrogarla, attraverso letture parziali, polemiche, raccolte di firme, e infine la richiesta dei referendum parzialmente e totalmente abrogativi. Il mondo cattolico e quello laico ‘aperto' hanno riflettuto attentamente sui pregi e sui difetti del testo di legge, giudicandola infine il maggior bene consentito dalla situazione legislativa, culturale e morale del nostro paese, al fine di salvare quante più vite umane possibile (cfr. http://www.parlamento.it/parlam/leggi/04040l.htm ).
Il 2005, poi, è stato indiscutibilmente l'anno della PMA: il referendum sulla legge 40, infatti, si è ufficialmente deciso nel gennaio 2005, quando la Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibili quattro dei cinque quesiti presentati. Da lì è partita una grande iniziativa culturale che ha visto fronteggiarsi le forze – laiche e cattoliche – che si sono schierate a difesa della vita umana dal concepimento e “gli altri”, quelli per i quali in fondo il fine giustifica sempre i mezzi, per i quali la vita umana non è sempre degna, o comunque lo è meno di altre vite umane (cfr. C. Navarini, Procreazione assistita? Le sfide culturali: selezione umana o difesa della vita , Portalupi Editore, Casale Monferrato 2005).
Pur partendo da forze massmediatiche assai inferiori, il “popolo della vita” e i suoi alleati hanno toccato le coscienze e il cuore della gente, suscitando domande, interessi e giudizi che sono sfociati nella schiacciante vittoria del 12 e 13 giugno 2005: il 74, 5% dei votanti italiani non si è recato alle urne, facendo saltare un referendum ingiusto e insensato, sia nel metodo che nei contenuti.
Per la prima volta dopo molti anni, la gente comune, per strada e nei negozi, sugli autobus, a scuola, sul posto di lavoro, ha parlato di temi come il valore della vita prenatale, la fecondazione in vitro, le cellule staminali in modo assiduo. Le parrocchie per mesi si sono riempite di persone che andavano ad ascoltare le conferenze organizzate dai Comitati “Scienza e Vita” locali, i giornali e le televisioni hanno dato amplissima rilevanza al tema, lo spazio ad esso dedicato nei siti internet è cresciuto a dismisura e, insomma, la bioetica si è dimostrata davvero terreno di “questioni civili”, cioè di quelle questioni che, come diceva Agostino d'Ippona nel De Rhetorica , “ci si vergogna di non sapere” (Aug., De Rhet. , 4) .
Se l'onda breve della campagna anti-referendaria si è conclusa con il successo degli astensionisti, l'onda lunga è appena iniziata: la sensibilità per la difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale va crescendo, si è mantenuta alta l'attenzione dei mezzi di informazione. Ne è una prova la rinascita del dibattito sull'aborto, che sembrava ormai confinato nel mondo ristretto, a volte sentito come auto-referenziale, della “bioetica cattolica”.
L'opera di formazione culturale svolta durante questi mesi ha consentito di riprendere in mano il delicato tema, e di riparlarne su base naturale, per capire meglio che cosa l'aborto abbia prodotto di fatto nella società da quando sembra diventato un “diritto riconosciuto dalla legge” e come si possa davvero tutelare la maternità, come afferma – ipocritamente – la stessa legge 194 italiana recante “Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione della gravidanza” (cfr. http://www.dirittoefamiglia.it/Docs/Giuridici/leggi/1978_194.htm ).
Colpiscono gli appelli, che si levano da più parti, a non banalizzare l'aborto, a non considerarlo un mezzo di controllo delle nascite, a non lasciare sole le donne, a non escludere la riflessione sulla paternità. In altre parole, abbiamo di fronte una società italiana che nel suo complesso si interroga, più di ieri, sui grandi temi della vita e della famiglia, cercando risposte non banali né dogmatiche.
La questione della RU486, esplosa negli ultimi mesi con l'avvio della sperimentazione all'Ospedale Sant'Anna di Torino e con lo stanziamento di fondi per la sua importazione dall'estero nella Regione Toscana, rappresenta un altro tassello di questo quadro. Da un lato, infatti, ha ulteriormente mosso il fronte che potremmo genericamente chiamare “pro-life italiano” a denunciare l'aborto consumistico e “leggero”, l'aborto fai-da-te che sembra voler evadere persino dalle procedure previste dalla legge 194 e togliere consapevolezza (pertanto vera libertà) alle donne che si apprestano a disfarsi di una gravidanza indesiderata, o meglio di un bambino indesiderato. Dall'altro, ha costretto i fautori della pillola abortiva a trincerarsi dietro nuovi “dogmi abortisti”, come quello secondo cui l'aborto farmacologico sarebbe “meno traumatico” per la donna, o quello secondo cui sarebbe “più sicuro”.
Significativo a questo proposito il commento di Massimo Srebot, primario del reparto di Ostetricia e ginecologia dell'ospedale di Pontedera (Pisa): “l'uso della pillola abortiva è sicuro come un'auto con sei airbag mentre l'aborto chirurgico è un veicolo con due airbag. Non dico che il secondo non possa viaggiare, ma il primo è più sicuro” ( RU486, Storace: ognuno va per la sua strada , “Avvenire”, 13 novembre 2005).
Eppure c'è anche chi nel fronte anti-vita ha provato a “voltare la frittata”, accusando i pro-life di “banalizzare” l'aborto chimico come se per la donna fosse una passeggiata, mentre in realtà le donne che si rivolgono alla RU486 lo farebbero piene di dolore, coscienti dei rischi cui vanno incontro e spinte da una triste necessità. Inutile ricordare che tali motivazioni sono quelle addotte da sempre per giustificare l'ingiustificabile, cioè la scelta di abortire, che sopprime vite umane innocenti, lacera interiormente le madri, minaccia l'equilibrio delle famiglie e altera il dovere morale e sociale di proteggere i più deboli. La “novità” dell'aborto farmacologico, ciò su cui si fa presa per promuoverlo, è precisamente il miraggio della maggior “facilità” e/o sicurezza, miraggio già ampiamente smascherato da numerosi studi scientifici e dati epidemiologici che riportano casi di complicanze più e meno gravi (cfr. C. Navarini, L'aspirina di Erode: anche in Italia l'aborto chimico e “facile” della RU486 , ZENIT, 18 settembre 2005).
Il percorso culturale italiano, volto a ri-creare un tessuto sociale che davvero promuova il bene totale e integrale delle persone, ha davanti a sé una lunga strada e richiede grandi fatica e responsabilità da parte di tutti. Non è una via tracciata, né un processo inesorabile, ma una possibilità aperta, che si fonda sulla riscoperta della natura umana e dei valori fondamentali.
Tutto questo ha come premessa indispensabile la riflessione onesta e serena sulla realtà spirituale dell'uomo, sulla dimensione di trascendenza che caratterizza necessariamente la conoscenza e la libertà umane. Finché si appiattisce la profondità dell'uomo sulla sola componente materiale o in un irriducibile agnosticismo, non può sgorgare il moto di entusiasmo e di fiducia che accompagna l'impegno dell'uomo per l'uomo, specularmene alla battaglia dell'uomo contro l'uomo di cui si nutre la religione tecnologica.
Per il cattolico questo significa anche lottare attraverso quell'arma di evangelizzazione della cultura che è più potente di ogni sforzo umano, ovvero la preghiera. Il papa Giovanni Paolo II, in numerosissimi suoi interventi, lo ha ribadito. In Evangelium vitae ad esempio diceva: "[...] è urgente una grande preghiera per la vita, che attraversi il mondo intero. Con iniziative straordinarie e nella preghiera abituale, da ogni comunità cristiana, da ogni gruppo o associazione, da ogni famiglia e dal cuore di ogni credente, si elevi una supplica appassionata a Dio, Creatore e amante della vita" (n. 100).
Vale la pena segnalare, in questa direzione, una lodevole “iniziativa straordinaria” partita in tutto il Paese il 7 ottobre scorso, nella giornata in cui si festeggia la Beata Vergine del Rosario. Raccogliendo l'invito papale, alcuni giovani – subito supportati da numerose associazioni cattoliche – hanno lanciato la campagna “Due minuti per la vita”, ovvero una preghiera quotidiana che come un coro si levi in favore delle vittime dell'aborto, delle donne che stanno decidendo di abortire e di quelle che lo hanno già fatto, dei padri che favoriscono o subiscono una scelta di aborto, dei medici coinvolti.
Per l'iscrizione al coro di preghiera basta un messaggio e-mail ( preghieraperlavita@gmail.com ) o un sms (+39.333.835.12.86). L'obiettivo è quello di raggiungere le 150.000 firme, che rappresenta suppergiù il numero degli aborti dichiarati ogni anno in Italia, quasi a voler “compensare” ogni aborto con un'invocazione speciale dedicata ad ogni singolo caso, ciascuno carico della sua sofferenza e delle sue miserie (cfr. http://www.preghieravita.splinder.com/ ).
Si tratta di una proposta piccola nell'impegno, ma estremamente significativa nella sua portata, e tanto più preziosa in quanto coordinata da giovani, che sono il futuro e la salute della società. Dichiara un organizzatore: “Riceviamo una trentina di nuove adesioni al giorno. Quando arriveremo al nostro obiettivo, i due minuti di preghiera si saranno trasformati in cinquemila ore quotidiane di orazione in favore della vita umana nascente”.
Segnali come questo fanno indubbiamente sperare. E così, mentre nei salotti progressisti e in buona parte dell'arena politica si intonano vecchie melodie di dubbia sincerità che riguardano la salute delle donne, il diritto di scelta, la contestata umanità dell'embrione, la presunta mancanza di verità oggettive, un crescente popolo silenzioso e orante lavora fiducioso per il bene comune.
Claudia Navarini
da www.ZENIT.org
13 novembre
2005
[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all'indirizzo: bioetica@zenit.org . La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]
www.genova.mpv.org
21 novembre 2005
|