![]() |
L'aborto non è una soluzioneSebbene la legge 194 intenda scoraggiare l'aborto con ogni mezzo, la sua applicazione mostra l'esatto contrario. Eppure l'aborto non è una soluzione. Non vogliamo imporre dogmatismi o visioni confessionali, ma ribadire, tutta intera, la verità sull'uomo e sulla donna che scaturisce da una riflessione serena sui bisogni fondamentali dello spirito umanoLa lettera di Orsina provoca reazioni a cui la sensibilità femminile non può restare indifferente. Insiste su un problema di cultura, che ha gradualmente trasformato la pratica dell'aborto in un concentrato di ideologia e di indifferenza. Sembra quasi che non si abbia più a che fare con vite umane, con il dramma della solitudine e dell'abbandono di tante donne, con la debolezza umana, ma solo con procedure e “diritti” senza confini, con scelte “obbligate”. La legge 194 dichiara di riconoscere il valore sociale della maternità, di voler evitare il controllo delle nascite attraverso l'aborto, di scoraggiare il ricorso all'aborto con ogni mezzo. Peccato che in via applicativa il discorso cambi, tragicamente. Perché la storia della 194 in vigore, nella più gelida trascuratezza per la prevenzione, per il ruolo attivo e responsabile dei consultori e del colloquio consultivo preliminare, ha rivelato ciò che chi si oppose alla legge italiana sull'aborto aveva già previsto, e cioè che – date le premesse ideologiche e culturali – lungi dal creare un filtro si sarebbero legittimati superficialità e abusi, e alimentate l'ignoranza e la subalternità della donna. Basti vedere come viene ancora trattata chi osa fiatare in dissonanza sul punto. Ma ciò che a me più interessa sono le motivazioni con cui Orsina ci interpella, è lo sforzo di proseguire nella costruzione di una società più civile. Una società in cui si abbia la forza di dire che il malato, per esempio, non è un rifiuto, un aborto necessario o, se già nato, un aborto mancato. In cui non esista un diritto a non nascere, e una vergogna di esserci. Rimuovere la sofferenza legata alla “diversità” del malato o del disabile è impossibile, e ogni finzione in questo senso si rivela grottesca e innaturale. Eppure, la via giusta per rispondere a tale sofferenza, che è calata nell'imperfezione strutturale del reale e che risponde al denso intreccio delle cause seconde, non è l'eliminazione del malato, ma la solidarietà con lui e con chi se ne prende cura, prima e dopo la nascita. Che l'aborto non sia la “facile soluzione” in caso di gravidanza indesiderata, di gravidanza a rischio, o di gravidanza con (presunto o reale) handicap del feto lo dimostra la vita stessa delle donne. Proprio di quelle che hanno abortito, le quali, dopo avere patito la solitudine di una gravidanza segnata da problemi che sono apparsi insolubili, sperimentano una nuova solitudine, quella di chi non capisce che hanno perso un figlio, e con lui una parte di loro stesse. Dopo l'aborto, molte donne si sentono dire, con spietato cinismo, che le preoccupazioni sono finite, che il problema “è risolto”. E allora magari si sentono ingannate. Perché qualche volta il problema inizia proprio lì, alle prese con un lutto che non si riesce ad elaborare, che non si riesce talora nemmeno a chiamare con il suo nome, e che sedimenta nel tempo come una minaccia che può divenire una sorda e privatissima disperazione. Vogliamo parlare di sindrome post-abortiva? Non avere un figlio, per una donna, è una rinuncia lacerante. Rinunciare ad un figlio che ha iniziato a vivere nel proprio grembo è uno strazio che solo l'annullamento difensivo della coscienza (e succede) può “prevenire”. Infine, sopprimere un essere umano – che, sia pure allo stadio di embrione o di feto, per la donna è quel feto, quel qualcuno – colpisce l'intera società che, banalizzando il fatto, non prende sul serio il valore inalienabile della vita umana, oltre alla fragilità della madre in difficoltà. Cosa fermerà le “macchine desideranti”, poi, su qualunque questione? Non si tratta qui di imporre dogmatismi o visioni confessionali, ma di ribadire, tutta intera, la verità sull'uomo e sulla donna che scaturiscono da una riflessione serena sui bisogni fondamentali dello spirito umano. Ad altri le tecnicalità giuridiche e legislative. Hic et nunc, si tratta di avanzare con pazienza, con realismo, ma con determinazione verso la diffusione di una cultura a misura d'uomo, che tragga insegnamento dal suo passato per promuovere il bene e la salute (fisica e psichica) delle persone. Di tutte le persone coinvolte. Claudia Navarini www.genova.mpv.org 3 luglio 2005
|