Aborto: "diritto" o dovere?
L'aborto non è un diritto semplicemente perché è un atto con il quale si sopprime volontariamente una vita umana. Certo, talvolta il bambino in arrivo è un problema . La vera soluzione non è tuttavia la sua soppressione, ma semmai l'aiuto concreto alle donne e alle famiglie in difficoltà, esattamente come previsto da quella legge 194 che - secondo lo slogan - “non si tocca”, però – stranamente – neppure si applica per intero, cioè attuando la prevenzione dell'aborto.
L'aborto, lo dicono tutti, è una scelta “lacerante”, una “tragedia” da ridurre. Da ridurre, sorprendentemente, attraverso la sua totale liberalizzazione e facilitazione: una pillola e via, così anche i dottori se ne possono lavare le mani. Uteri vostri, affari vostri, nella solitudine ancora più profonda delle donne, che nel mezzo del dramma si ritrovano con una pillola fra le mani, fra l'indifferenza generale.
Lo prova la reazione alla proposta di inserire volontari per la vita nei consultori, così da aiutare le donne in difficoltà, renderle meno sole, più consapevoli, e contribuire a evitare ciò che tutti sembrano chiamare “dramma” salvando concretamente qualche vita: indignazione e protesta da parte di chi un minuto prima parlava di “poter scegliere”. Perché, in fondo, questo aborto si deve fare, a tutti i costi.
Occorre allora riparlare soprattutto dei diritti umani fondamentali, anche di quello dell'embrione alla vita
Sfatare i luoghi comuni sull'aborto: questo è forse il compito principale del nuovo atteggiamento che si va profilando nella cultura italiana sul tema. Non che non ci sia stato chi lo ha capito in passato, intendiamoci; ma la vulgata che per troppo tempo ha occupato la scena è stata caratterizzata da una lettura del problema parziale - quando non vistosamente deviata - che ha lasciato poco spazio a visioni alternative. Ora sembra, a tratti, che il tabù stia cadendo, e che si possa nuovamente parlare liberamente di aborto. È un altro di quei fenomeni italiani, per certi aspetti prevedibile, per altri aspetti quasi miracoloso.
Si respira così un certo imbarazzo, una sorta di kuhniana “fase straordinaria” del pensiero, con gli ideologi di ieri fermi nei loro slogan e un mondo che sta andando oltre superandoli. Il problema è che i vecchi ideologi si presentano come “i moderni”, come gli interpreti autentici del “progresso”, e dal momento che dominano ancora sulla maggior parte dei mezzi di informazione credono basti ripetere stanchi ritornelli per fermare un movimento di riflessione che non li favorisce.
Eppure i segni di un cambiamento ci sono, e il referendum del 12 e 13 giugno scorsi lo ha dimostrato. Lo ha dimostrato perché non si è mossa solo la Chiesa Cattolica, ma anche un consistente schieramento di laici non credenti. E lo ha dimostrato anche per la ragione contraria, e cioè perché la Chiesa Cattolica si è mossa e la gente l'ha ascoltata.
È un fatto che ha dato fastidio, indubbiamente, ai paladini del laicismo militante, ma forse dà ancora più fastidio il fatto che l'ondata di “realismo” che ha invaso l'Italia nei mesi della PMA non sia finita, e si stia prolungando in un ripensamento della pratica abortiva così come si è imposta in questi trent'anni di aborto legale.
Gli slogan, si sa, sono efficaci perché sono semplici, sintetici, rimangono subito in mente, sembrano intuitivi. Il fatto che dicano il vero è secondario: lo slogan, più che spiegare o confermare una visione del mondo, la suggerisce, magari usando la strategia di combinare sapientemente alcune verità con alcune menzogne in modo tale che tutto appaia verità. E di slogan sull'aborto ne abbiamo sentiti molti, opportunamente rispolverati di recente per promuovere l'introduzione dell'RU-486.
Lo slogan di gran lunga più sfruttato recita: “le donne devono essere libere di scegliere”. Siamo tutti contro l'aborto, si dice, nessuno vuole che gli aborti aumentino, l'aborto è un dramma da evitare ma … le donne devono poter “scegliere” perché, in fondo, la gravidanza è una condizione che riguarda soprattutto loro, e se non è desiderata o indicata bisogna in qualche modo “interromperla”. Come? Nel modo meno traumatico possibile. Di qui la sponsorizzazione della pillola abortiva, che ridurrebbe le sofferenze delle donne.
Le risposte a questo condensato di luoghi comuni non sono poi così difficili, se si accetta di ragionare senza pregiudizi. Innanzitutto bisogna precisare che l'aborto non è un diritto. Non esiste un simile diritto nella legge morale naturale, né la normativa italiana in materia ammette un diritto incondizionato all'aborto.
Non è un diritto semplicemente perché non è una procedura sanitaria qualsiasi, ma un atto con il quale si sopprime volontariamente una vita umana. È tecnicamente un omicidio, e non può essere considerato altrimenti: il Concilio Vaticano II non esita a definirlo “delitto abominevole” ( Gaudium et Spes , 51). Trattandosi di una “licenza per uccidere”, l'aborto – anche quello “legale” – non può essere un diritto: non esiste un diritto di uccidere.
È innegabile che la gravidanza, per la sua fisiologia, e la maternità, per le responsabilità che comporta, possono divenire problematiche e rendere così il bambino in arrivo un problema . La vera soluzione non è tuttavia la soppressione del nascituro, ma semmai l'aiuto concreto alle donne e alle famiglie in difficoltà, esattamente come previsto da quella legge 194 che - secondo lo slogan - “non si tocca”, però – stranamente – neppure si applica per intero.
E comunque, in qualunque situazione, resta la verità etica fondamentale che non posso eliminare direttamente e volontariamente un altro essere umano. Al massimo posso difendere la mia vita uccidendo per legittima difesa il mio aggressore, ma i casi in cui il bambino possa essere considerato un “aggressore” appaiono di difficile individuazione, mentre quelli in cui si configura l'aborto come atto indiretto , sono rarissimi e ben individuabili dal punto di vista etico, e non hanno nulla a che vedere con la valenza “terapeutica” del nostro aborto legale.
Un aborto è indiretto, cioè non volontario, quando si interviene per curare una donna gravida da una patologia, con la conseguenza, prevista ma non voluta, di compromettere la salute e la vita del bambino. Anche in questi casi la donna ha la libertà di non abortire, ma ha anche il diritto di difendere la propria vita – dalla malattia, non dal bambino – con la cura adeguata, sia essa una chemioterapia o una resezione dell'utero o l'asportazione di una massa tumorale.
Il 18 novembre, nel discorso di apertura del Congresso nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita, il Presidente del Movimento per la Vita Italiano Carlo Casini ha ribadito appunto come i 280 Centri sparsi in tutta Italia abbiano garantito a circa 70.000 donne la fondamentale libertà di non abortire , che spesso sembra negata nella fredda routine delle procedure consultoriali (cfr. Lo Stato che rinuncia a vietare non rinunci a difendere la vita dei nascituri , ZENIT, 18 novembre 2005).
Se l'opera di dissuasione dal ricorso all'aborto fosse davvero compiuta in fase di consulenza, in ottemperanza alla legge 194/1978, la polemica recentemente insorta a proposito della RU486 sarebbe del tutto vana, perché le donne non si lascerebbero persuadere ad utilizzarla.
Intanto perché è un farmaco che presenta rischi importanti. L'hanno usata già “milioni” di donne, si annuncia trionfalmente, e tuttavia una percentuale non trascurabile di esse, circa l'1%, ha avuto conseguenze gravissime, fino ai documentati casi di morte che hanno portato a maggiori restrizioni in luoghi – come gli Stati Uniti e la Cina – dove la pillola era stata introdotta in modo alquanto liberale. Conseguenze meno gravi ma significative sono accusate da tutte le donne che vi hanno fatto ricorso, per non parlare dei problemi di ordine psicologico, presenti in misura anche maggiore rispetto all'aborto chirurgico in quello chimico (cfr. C. Navarini, L'aspirina di Erode: anche in Italia l'aborto “facile” e chimico dell'RU486 , ZENIT, 18 settembre 2005).
Pochi giornali riportano i casi di donne che, dopo l'aborto farmacologico, hanno annunciato che sarebbe stata “l'ultima volta”, proprio a causa dei disagi patiti. È tuttavia significativo che venga usato uno dei farmaci largamente percepiti come innocui per descrivere un preparato certamente mortale, almeno per colui al quale è diretto, cioè il bambino in gestazione.
Le numerose affermazioni tranquillizzanti – pronunciate dai medici che si battono per l'introduzione della RU-486 – rivelano al di là di ogni possibile dubbio come l'aborto farmacologico banalizzi effettivamente l'aborto stesso, cercando di ridurlo ad un “trattamento qualsiasi”. Il “padre” della pillola, il medico francese Etienne-Emile Balieu, affermò in un'intervista: “la prima persona che sperimentò la pillola, a Ginevra nell'81, fu un'infermiera: iniziò il trattamento un venerdì e trascorse il weekend in montagna sugli sci” ( Finalmente cade il tabù. Sulla mia pillola solo l'Italia aveva dei dubbi , “Nazione - Carlino - Giorno”, 14 settembre 05, p. 6).
Come si può sostenere al contempo che la RU-486 libera per sempre le donne dal dolore dell'aborto e che non intende in alcun modo aumentarne il numero? Per ridurre il numero degli aborti, è chiaro, occorre limitarne – laddove non si possa impedirne – la pratica, indagando attentamente motivazioni e contesto, attuando un'opera attenta di formazione alla maternità responsabile e cercando di eliminare gli ostacoli che si frappongono eventualmente alla continuazione della gravidanza.
Ma proprio qui mostrano il loro vero volto coloro che ipocritamente dicono di considerare l'aborto un “dramma”, una scelta “lacerante”, una “tragedia” da ridurre. Da ridurre, sorprendentemente, attraverso la sua totale liberalizzazione e facilitazione: una pillola e via, così anche i dottori se ne possono lavare le mani. Uteri vostri, affari vostri. Con l'acume e la puntualità consueti ha segnalato questo punto Eugenia Roccella, sottolineando un altro elemento determinante nella novità dell'aborto farmacologico: la solitudine ancora più profonda delle donne, che nel mezzo del dramma si ritrovano con una pillola fra le mani, fra l'indifferenza generale.
Chi spinge per la RU-486 non sono in primo luogo le donne, che anche laddove “possono scegliere” si orientano in prevalenza verso l'aborto chirurgico, ma le strutture sanitarie e la classe medica, che si possono liberare per questa via dall'ingombrante peso di quei piccoli corpi umani dilaniati. È cioè “un'operazione di candeggiatura dell'immaginario”, è “l'aborto (illusoriamente) ripulito, infiocchettato e rispedito al mittente”: “trasformarlo in una procedura asettica e astratta è una soluzione che maschera e nega sia la violenza esercitata sul feto sia quella sulle donne” (E. Roccella, Il falso dilemma tra aborto “amichevole” a aborto colpevolizzante , “Il Foglio”, 18 novembre 2005, p. 2).
Lo prova la reazione alla proposta di inserire volontari per la vita nei consultori, così da aiutare le donne in difficoltà, renderle meno sole, più consapevoli, e contribuire a evitare ciò che tutti sembrano chiamare “dramma” salvando concretamente qualche vita: indignazione e protesta da parte di chi un minuto prima parlava di “poter scegliere”. Perché, in fondo, questo aborto si deve fare, a tutti i costi. I coltivatori del dubbio sistematico, gli hezbollah del relativismo morale non tollerano che si cambi idea una volta che una donna abbia pensato di abortire. In questo caso non solo non si deve dubitare, ma va impedito che si possa farlo.
E la cosa è ancora più rivoltante se solo si rammenti – mai abbastanza – quale sia il processo di isolamento psicologico ed emotivo delle donne che affrontano una gravidanza resa ancor più difficile dalla pressione/assenza di uomini deboli ed egoisti, di famiglie impazienti di sbarazzarsi del problema, di ginecologi senza scrupoli e di una pseudo-cultura di falsa libertà ma di vera violenza sui più deboli, come appunto le donne in difficoltà e ancor di più gli esseri umani senza voce e senza diritti che portano in grembo.
Occorre allora riparlare soprattutto dei diritti umani fondamentali, anche di quello dell'embrione alla vita che nemmeno la 194 nega, a partire dal dato biologico e antropologico per cui il frutto del concepimento umano è sempre un essere umano, e come tale va tutelato. Nel discorso citato, Casini ha affermato che “la cultura dei diritti umani, nonostante i tentativi di svuotarla o, addirittura, di trasformarla nel suo contrario, ha una forza espansiva inarrestabile che finirà per abbracciare anche il concepito”.
Claudia Navarini
da ZENIT.org
20 Novembre
2005
www.genova.mpv.org
28 novembre 2005
|