Papà e mamma? Per il servizio sanitario scozzese sono una discriminazione

Il politically correct al servizio della lobby gay. Cambiare il vocabolario delle persone è un primo, decisivo passo per cambiare la società

Madre e padre? Meglio di no, meglio non usare certe parole quando si parla ai bambini, perché “le circostanze individuali portano a strutture familiari diversificate”: si può nascere o essere adottati all'interno di relazioni omosessuali, o da un singolo gay, lesbica o bisessuale, o da genitori eterosessuali, di cui poi uno dei due ha fatto “coming out”, rivelandosi omosessuale. Niente padre e madre, quindi, rivolgendosi ai piccoli; meglio “genitori”, “curatori”, oppure “tutori”, che nell'originale inglese si dice “guardians” e non si associa certamente a un'idea di affetto.

E' l'apoteosi del politically correct: il tentativo di cancellare le prime figure che si incontrano da piccoli, a ogni latitudine e in ogni tempo: la propria madre, il proprio padre.

Stiamo parlando di uno dei suggerimenti del Servizio Sanitario Nazionale Scozzese nell'ambito dell' “Inclusion Project”, il “progetto inclusione”, che ha lo scopo di migliorare il benessere fisico, psicologico ed emozionale delle persone LGBT, (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali), indirizzando il personale sanitario verso pratiche, atteggiamenti e linguaggi “LGBT friendly”.

Finanziato dal Servizio Sanitario di Scozia, il progetto è iniziato quattro anni fa all'interno del programma “Uguaglianza e diversità”, ed è realizzato dalla sanità pubblica insieme a “Stonewell Scotland”, un “professional lobbying group” – così si definiscono nel loro sito, con buona pace di chi ne nega l'esistenza – “celebre per le sue campagne e operazioni di lobbying”, con cui hanno ottenuto, fra l'altro, l'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, la “Civil Partnership”, cioè la registrazione delle coppie di fatto anche omosessuali, e l'Equality Act, il regolamento da cui deriva l'obbligo per le agenzie cattoliche di dare in adozione bambini anche a coppie dello stesso sesso.

Una lobby omosessuale trasparente, dichiarata, che collabora ufficialmente con importanti istituzioni nazionali: sarebbe interessante verificare se nel Regno Unito esistano altre lobbies ufficiali, per esempio di cristiani, che proprio in quanto lobbisti di mestiere sono stati coinvolti dalle istituzioni pubbliche e invitati a partecipare attivamente alle politiche sociali nazionali.

Sicuramente gli obiettivi del “progetto inclusione” sono meritori: migliorare l'organizzazione sanitaria nazionale andando incontro a tutte le necessità e ai bisogni individuali, specie di minoranze a rischio di discriminazione come i disabili, le minoranze etniche, e la popolazione LGBT.

Ma se il risultato è quello che leggiamo nel pamphlet “Giustizia per tutti – la sfida più grande. Una buona pratica LGBT nel servizio sanitario scozzese”, a uscirne discriminate sono le relazioni di sempre, in una guerra di parole inconcepibile anche nel teatro dell'assurdo di Ionescu.

Se padre e madre sono sconsigliati ai bambini, è facile immaginare dove vanno a finire i termini “marito”, “moglie”, “matrimonio”, che “presuppongono solamente relazioni fra persone di sesso opposto ed escludono automaticamente tutte le persone LGB” (i transessuali hanno un capitolo a parte). Si sostituiscano con “partner”, e “loro, essi”, che comunque includono anche le coppie eterosessuali e non fanno nessun riferimento allo stato coniugale: in questo modo si potrà evitare ogni problema nella comunicazione con gli utenti della sanità pubblica.

Non va bene neanche “parente prossimo”, perché è un'espressione che fa pensare a un compagno sposato o a un consanguineo. Nelle nuove architetture familiari si potrebbe far confusione: meglio “partner”, “amico intimo” o “parente intimo”. Secondo i curatori del progetto questa terminologia aiuterebbe – il condizionale è nostro, ed è d'obbligo - a identificare le persone più importanti nelle relazioni affettive dei pazienti che si rivolgono al servizio pubblico.

Nel glossario annesso viene definita anche l'identità di genere, legata alle categorie maschio/femmina, ma non coincidente con il sesso biologico, quello con cui si è nati, anche perché “è importante notare che non tutti si identificano esclusivamente con un sesso o un altro. Alcuni si possono identificare sia come maschi che come femmine”.

Nella babele dei sessi è facile perdersi. Per monitorare la popolazione LGBT si prevede un questionario in cui alla domanda sul proprio orientamento sessuale, le possibili risposte sono cinque: “lesbica”, “gay”, “bisessuale”, “eterosessuale”, e un misterioso “altro”. Stessa storia nella domanda sul proprio genere: si può scegliere fra “maschio”, “femmina”, e ancora “altro”.

E' facile l'ironia per l'involontaria comicità – che sarà mai questo “altro”? quali potranno mai essere le varianti dell'accoppiamento umano nella patria di Carlo e Camilla? – ma il riso viene meno a leggere che è importante che lo staff sanitario usi sempre un linguaggio che includa relazioni fra persone dello stesso sesso, altrimenti c'è discriminazione, e che bisogna “sfidare le barriere personali”, perché è naturale che ci sia una resistenza personale a tutto questo, ma sconfiggere certi pregiudizi è necessario se si vuole “uguaglianza e diversità” nel sistema sanitario di Scozia.

Se è discriminante parlare di madre e di padre, se non abbiamo più parenti prossimi, ma solo amici intimi, se si ritiene di poter essere maschio, femmina o “altro”, forse stiamo assistendo al punto di non ritorno della rivoluzione antropologica.

Assuntina Morresi
Avvenire
23 Febbraio 2007

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4 Marzo 2007

 

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