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Crociate, quante storie...Le crociate sono un facile argomento spesso rinfacciato alla civiltà occidentale. Ma questa strumentalizzazione, che gli islamici adesso riprendono dalla storiografia illuminista e marxista, dimentica che le crociate furono una risposta molto debole, e non solo militare, ai tre assalti islamici all'Europa e alla cristianità“Morendo, Cristo lascia quattro chiodi, Maometto sette spade ” (Victor Hugo, 1857) Nello Zanichelli è chiamato affettuosamente “sovrano saggio d'Egitto”. Ma chi fosse veramente il Saladino, il curdo conquistatore di Gerusalemme che riunì un mondo islamico a lungo diviso fra califfati rivali, lo si capisce dalle parole del suo segretario, Imad Eddin, che descrisse così la scena dei templari trucidati ad Hattin: “Egli (Saladino) ordinò che essi dovessero decapitarsi, preferendo averli morti che in prigione. Con lui c'era gran schiera di eruditi e di sufi e un certo numero di uomini devoti e asceti; ognuno di loro supplicò che gli fosse permesso di ucciderne uno e sguainare la sua spada. Saladino, gioendo in viso, stava seduto sul suo baldacchino; i miscredenti mostravano nera disperazione”. Senior editor del Daily Telegraph e columnist del New York Sun, Daniel Johnson ha scritto per il nuovo numero di Commentary un saggio su come pensare le crociate alla luce della guerra al terrorismo islamico. E' uno scritto discutibile ma non eludibile, importante non soltanto per la rara forza intellettuale che lo trascina e la tensione storiografica che lo sorregge, ma perché è stato pubblicato dalla rivista dell'American Jewish Committe. E sappiamo quale buco nero siano le crociate nella memoria ebraica. La tesi di Johnson è che la cultura occidentale ha tradito e colpevolizzato il suo passato tragico e glorioso, ha nutrito e pasciuto la sua coscienza infelice attraverso una vergognosa storiografia che ha evirato la verità del secolare scontro fra occidente e mondo islamico e ha disinformato a vantaggio di questo'ultimo rinunciando a un fondamentale strumento nella comprensione del jihad che c'è stato dichiarato. Per i crociati non vale nemmeno il detto: “De mortuis nihil nisi bonum”. “Agli occhi della maggior parte dei cristiani i crociati sono stati un crimine contro l'umanità. La condanna dei crociati è basata sulla premessa che era una guerra barbara, di sterminio e di conquista, scagliata contro una civiltà superiore e incomparabilmente più tollerante”. Oggi, spiega Johnson, “gli Stati Uniti sono identificati dai suoi critici, soprattutto in Europa, con il fanatismo religioso e la rapacità militare dei crociati”. Lo scrittore premio Nobel Günter Grass, subito dopo la detronizzazione di Saddam Hussein, scrisse contro il “fondamentalismo religioso”, il “declino morale” e la “follia organizzata” di Washington e invitò Giovanni Paolo II, “che conosce le devastazioni causate dalla mentalità e dalle azioni dei cristiani crociati”, a fare apologia verso il mondo islamico. La prima crociata fu lanciata nel 1095 per ristabilire il controllo sul Santo Sepolcro di Gerusalemme. I crociati fondarono numerosi Stati “oltremare”, che sono durati per più di due secoli. “La battaglia sanguinosa e incessante per difendere questi insediamenti isolati contro l'ascesa dell'aggressione musulmana avrebbe cambiato il corso della storia”, scrive Thomas Asbridge in “The first crusade” (2004). Nel 1204 la quarta crociata saccheggiò Costantinopoli e stabilì l'impero latino negli ex territori bizantini. Sopravvisse fino al 1261, quando i greci riconquistarono la capitale. Con la caduta di Acri nel 1291, il regno di Gerusalemme si ritirò a Cipro, difesa per stabilire dei “bastioni della cristianità nel Mediterraneo”. Per gli ebrei la prima crociata fu un disastro, con il massacro di tre comunità renane. La memoria di quelle giornate è conservata in tre narrazioni e nella recitazione di una preghiera ebraica annuale. La seconda crociata, plasmata dal “grande genio religioso” di Bernardo di Chiaravalle, finì per includere una guerra all'eresia sul suolo europeo. La riconquista cristiana della penisola iberica, che nel 1257 ridusse il dominio dei mori, rientrò nell'ideale della crociata. La colonizzazione delle terre slave condotta dai templari fu modellata sull'esempio dei cavalieri dislocati in Terra Santa. La cronistoria di Johnson è ineccepibile: dal grido di Simone di Monfort (“Bruciateli tutti, Dio riconoscerà i suoi”) in occasione del massacro degli eretici albigesi, alla frattura sanguinosa con i cristiani ortodossi, fino al crollo bizantino che aprì la strada all'islamizzazione dell'Europa. “Per il mondo islamico, la perdita di Gerusalemme è stata un trauma catartico. Sebbene altre invasioni, come quella mongola del XIV secolo, fossero state molto più distruttive per la civiltà musulmana, non c'è dubbio che i crociati sono collocati molto più profondamente nella memoria collettiva islamica, incorporati in una narrativa che provvede alla crescente disparità fra islam e occidente a partire dal XVIII secolo”. Ma la domanda che interessa Johnson e il lettore occidentale dopo i massacri di New York, Madrid e Londra è un'altra: cosa hanno da dire oggi gli storici sulle crociate? “La narrativa dominante è nata dalla critica illuministica e dall'assalto alla religione, a quella cattolica in particolare”. Un solo esempio, il magistrale Edward Gibbon. “Secondo lo storico britannico l'unico merito dei crociati è stato quello di aver indebolito il dominio del feudalesimo europeo”. Per il resto “queste guerre sante”, scrive Gibbon, “hanno arrestato piuttosto che accelerato la maturità dell'Europa. Le vite e il lavoro di milioni di uomini seppelliti a oriente sarebbero state più utili nel progresso della loro nazione d'origine”. E Gibbon continua con un inno al sincretismo pacifico, ai profumi orientaleggianti e alla goffaggine europea rispetto all'eleganza araba. Si racconta che un barone, invitato a colazione dal Saladino, puzzava a tal punto che venne preso dai paggi del sultano per farlo lavare. Iniziò a urlare perché aveva paura che lo spellassero vivo. Non è un caso che i tre volumi di Sir Steven Runciman, la bibbia della storiografia crociata adottata dalle università di mezzo mondo, siano stati pubblicati negli anni della decolonizzazione del medio oriente. Il senso di colpa era un ottimo combustibile. “La maggior parte degli storici delle crociate le hanno giudicate attraverso il prisma della recente storia europea”. Runciman ha enfatizzato le sofisticazioni della civilizzazione bizantina, biasimato i latini e incarnato quanto di peggio si annidava nel “pessimismo dell'upper class inglese”. Runciman ha trascorso la Seconda guerra mondiale a Instanbul come professore di arte bizantina, decise di scrivere sulle crociate, “un soggetto che detestava”, solo per “rieducare gli inglesi”. “Quando dichiarò che il movimento crociato era stato un fiasco, rifletteva lo spirito della campagna di Suez”. Thomas F. Madden, curatore del libro “The Crusades”, (Oxford, 2002), ha fatto notare che “la ‘Società per gli studi dei crociati' è un'organizzazione che ha 480 membri in 30 nazioni. Molte centinaia di studi sono pubblicati ogni anno. Il risultato è che ora noi sappiamo più sulle crociate e i crociati di quanto si sia mai saputo prima. Gli studiosi moderni hanno largamente rigettato la condanna di Runciman delle crociate”. Tuttavia, faceva notare Geminello Alvi sul Corriere della Sera nell'ottobre scorso, “si ripete l'identico livore dei libri dello storico Runciman. Tutti costernati per quant'erano civili gli arabi, invece venali e selvaggi i nostri antenati. Il politicamente corretto di sinistra lo prescriverà pure nelle propagande di una società multietnica. Prospera in tv, sui giornali, nelle accademie un'intellettualità sessantottina delle scoperte in ritardo”. Non meno nefasta è stata l'influenza di Carl Erdmann, il brillante storico tedesco di “The origin of the idea of the Crusade”. Questo classico apparve nel 1935 e voleva essere un attacco alla Germania nazista. Escluso dalle università tedesche, Erdmann fu spedito al fronte orientale, dove morì. Sostenne l'idea che con la prima crociata Urbano II era più interessato a “sguinzagliare una guerra ecclesiastica contro gli infedeli”, in collaborazione con l'imperatore Enrico IV, che non alla restaurazione dei diritti cristiani e alla libertà di pellegrinaggi al Santo Sepolcro. Per Erdmann “l'empia alleanza del Papa e di Cesare non solo significò un tradimento dei vangeli, ma fu un presagio della guerra di sterminio razziale di Hitler”. La letteratura ostile a tutta l'epopea crociata, a partire da Gibbon e Runciman, si radicò nell'immaginazione occidentale trovando vasta eco nella cultura popolare. Riccardo Cuordileone, Torquato Tasso, i romanzi di Walter Scott e i drammi di Paul Claudel sono stati ridotti al rango di pizzi elisabettiani da parte di una classe intellettuale impegnata, secondo Johnson, a screditare prima di tutto la guerra al terrorismo islamista. Uno di questi è Ridley Scott, regista di “Kingdom of Heaven”, attraverso il suo finto eroe francese, Baliano II di Ibelin, arrivato in Terra Santa per una serie di fortuite coincidenze. Quello autentico, di origine italiana, era nato a Gerusalemme. La Terra Santa di Scott è una sorta di “Nuovo Mondo, una fratellanza di pensatori liberal”, mentre Saladino viene ritratto in modo simpatizzante nei panni illuminati dell'attore siriano Ghassan Massoud. “Per gli islamisti che sognano la vittoria musulmana definitiva su ebrei e cristiani, il Saladino è il vero modello del guerriero, non il protoptipo di un segretario generale delle Nazioni Unite. Ma il film insiste nell'opporre l'immagine idealizzata del Saladino ai crociati sanguinosi, bevitori, veniali e soprattuto fanatici. Guy di Lusignano e Raimondo di Chatillon sono la caricatura di George W. Bush e Donald Rumsfeld, le sfortunate offerte di pace di Bill Clinton e Colin Powell sono incarnate da Balduino IV di Tiberiade”. Lo sfondo del film è l'assedio di Gerusalemme. Baliano è un eroe molto democratico, “un cavaliere di tutte le fedi e di nessuna”, combatte coraggiosamente affinché il Saladino accetti di negoziare la resa cristiana. Ai fedeli spiega che il Sepolcro non conta niente, quello che vuole è salvare vite umane. Il vescovo grida “blasfemia!”, ma viene subito silenziato. Baliano chiede al Saladino: “Cos'è Gerusalemme?”. Il sultano replica “niente”, e dopo aggiunge un “tutto”. La città si arrende senza lottare e quando Riccardo Cuordileone invita Baliano a prendere parte alla riconquista lui lo snobba, “fanatico”. Una nuova generazione di storici è emersa negli ultimi anni, senza il gusto dei compulsivi capi d'accusa verso la cultura occidentale. Johnson fa i nomi del già menzionato Thomas Asbridge e di Jonathan Phillips, autore di un importante studio sulla quarta crociata. Bassi di tono, maggiormente attenti al potente “movimento dello spirito occidentale” che condusse alle crociate, entrambi sono arrivati in libreria dopo l'11 settembre. Sollecitano i musulmani al chiarimento senza per questo condannare o fare l'apologia dei crociati cristiani. “Il materialismo, decisivo nella letteratura dominante, era solo un fattore secondario; la maggior parte dei crociati si sacrificarono per qualcosa di più di quanto ottennero”, aggiunge Johnson. Asbridge ha ricordato che ai crociati il passaggio a Gerusalemme costava cinque volte le loro entrate annuali. “Quando conquistarono la città di Antiochia e stabilirono un principato sulla strada per Gerusalemme, credevano semplicemente di riportare alla cristianità il luogo della prima chiesa di Pietro”. Secondo Johnson “i crociati non erano nemmeno tanti da giustificare il concetto di colonizzazione di massa”. Mezzo milione di europei parteciparono a sette crociate in due secoli, anni in cui la popolazione europea crebbe del cinquanta per cento, dai 48 milioni del 1100 ai 69 milioni del 1250. “Il costo umano delle campagne è stato insignificante rispetto all'annichilimento di Baghdad da parte dell'orda mongola di Hulagu nel 1258, che ne scacciò mezzo milione dalla città e pose fine al califfato abbaside, o paragonate al sacco di Gerusalemme del 1244 da parte dei turcomanni”. L'altra affascinante tesi di Commentary è che i crociati hanno dato il là alla grande diffusione della cultura occidentale. “L'Europa ha dato i natali alla legge e allo Stato moderno, al libero mercato e alla Magna Carta, alle cattedrali gotiche e alla scolastica universitaria, a Dante e Tommaso d'Aquino, a una nuova spiritualità e a un primo rinascimento.
Individualismo, empirismo, misticismo: sono tutti debitori della rivoluzione lanciata dai crociati”. In termini economici, l'esistenza degli Stati d'oltremare in Terra Santa ha portato una prosperità incredibile alla Palestina e alla Siria come non si vedeva dai tempi dei romani. “E non solo per i cristiani, ma per ebrei e musulmani, come l'ultimo declino di queste province sotto dominio turco ha poi dimostrato”. Johnson sostiene che le crociate sono state “una controffensiva di breve durata contro un'altra, molto più lunga, e molto più resistente guerra santa, il jihad islamico contro la cristianità. E mentre i crociati sono stati un fenomeno temporaneo di appena due secoli, il jihad è ed è stato un fenomeno permanente della vita islamica. Il jihad si è evoluto in una dottrina della giurisprudenza islamica come un prodotto della grande espansione araba dopo la morte del profeta Maometto”. Ibn Khaldun, il più grande degli storici musulmani, ha comparato la guerra santa islamica a quella crociata: “Nella comunità musulmana, la guerra santa è un dovere religioso, a causa dell'universalismo della missione islamica e l'obbligo di convertire tutti all'islam con la forza o la persuasione. Gli altri gruppi religiosi non hanno missione e la guerra santa non era un dovere religioso ma di difesa”. Lo stesso Kahldun capì che l'inarrestabile decadenza del mondo islamico sarebbe stata causata dalla sua inclinazione dispotica, in termini sia culturali sia economici. E nel XV secolo scrisse, in un passo memorabile che potrebbe essere scambiato per uno di Adam Smith, che “vessare la proprietà privata significa uccidere negli uomini la volontà di guadagnare di più riducendoli a temere che la spoliazione è la conclusione dei loro sforzi. Una volta privati della speranza di guadagnare, essi non si prodigheranno più. Gli attentati alla proprietà privata fanno crescere il loro avvilimento. La civiltà, il benessere e la prosperità pubblica dipendono dalla produttività e dagli sforzi che compiono gli uomini, in tutte le direzioni, nel loro proprio interesse e per il proprio profitto. Quando gli uomini non lavorano più per guadagnarsi la loro prosperità e cessa ogni attività lucrativa, la civiltà materiale deperisce e ogni cosa va di male in peggio”. Una chiave di lettura magistrale per spiegare l'arretratezza del mondo arabo ricchissimo di materie prime. Secondo Johnson la maggior parte degli intellettuali occidentali non ha voluto né saputo cogliere quella distinzione di Khaldun, preferendogli il copione di un islam “tollerante e religiosamente quasi indifferente”. Addirittura lo storico francese Fernand Braudel ha definito la cristianità “brutale, violenta e sotto il segno di un'assoluta ignoranza”. Arnold Toynbee, nel suo “Racconto dell'uomo (1976) scrisse invece che “rapina, guerra e massacro furono alcuni dei sistemi con i quali Maometto portò l'islam alla vittoria. Gli stessi delitti erano stati compiuti anche dai cristiani, e, in misura minore, perfino dai buddisti, e analoghe imprese vengono attribuite, nelle scritture ebraiche, a Mosè e a Giosuè. Ma almeno i fondatori del buddismo e del cristianesimo non avevano offerto ai loro seguaci il cattivo esempio”. E Denis Diderot nel 1759 scrisse che “il Corano è stato il solo libro della nazione araba per molti secoli. Sono stati bruciati gli altri, o perché erano superflui, se c'era quel che si trovava nel Corano, o perché erano perniciosi, se contenevano qualcosa che non c'è. E' stato dopo questo ragionamento che per sei mesi i bagni di Alessandria sono stati scaldati con le opere dei tempi antichi”. Paragonate ai tre assalti islamici al cuore della cristianità (arabo, tartaro e turco), le sette spedizioni crociate secondo Johnson sono state “una risposta molto limitata”, tesi confermata da Bernard Lewis. “Le crociate erano la reazione a specifiche umiliazioni, come la distruzione parziale del Santo Sepolcro da parte del califfo Hakim nel 1009”. Il sermone di Urbano II durante il concilio di Clermont del 1095, che tanto elettrizzò la cristianità, fu una risposta ai massacri saraceni ai danni dei pellegrini. “E fu forse puerile l'altro Papa, Sisto IV, a indire una nuova crociata quando i turchi presero Otranto, nel 1480, e decapitarono ottocento persone che non volevano convertirsi?”. E la seconda crociata che discese al largo del Portogallo e nel 1147 tolse Lisbona ai musulmani, fu proprio un male per quello che siamo oggi? “In breve i tanti scopritori di libri in ritardo che avversano le crociate – ha scritto Alvi – come possono tacere il bene che fecero all'occidente?”. Raimondo conte di Tolosa era un latifondista più ricco persino del re di Francia, ma a cinquantacinque anni lasciò le sue ricchezze per concludere la sua vita al servizio di Gerusalemme. Secondo Johnson erano i cristiani in generale a sentirsi minacciati: i saraceni saccheggiarono Roma nell'845 e la loro base siciliana venne ripresa solo quarant'anni dopo la prima crociata. “Il sacco di Costantinopoli non può essere giustificato, ma era stato provocato”. E' vero, aggiunge Johnson, che “Urbano II disumanizzò culturalmente i musulmani come ‘razza aliena a Dio', ma più significativo a lungo termine fu che i crociati, stabilendo rotte verso le comunità oltremare, costrinsero i francesi a familiarizzare con la cultura islamica, come i normanni fecero nella Sicilia saracena e gli spagnoli e i portoghesi nell'Iberia dei mori”. Federico II coltivò l'architettura, la scienza e la filosofia in un milieu tutto arabo. “La coesistenza fra arabi e crociati in medio oriente rimase possibile fino a che la minaccia esterna dei mongoli non radicalizzò l'islam”. L'ascesa dei turchi mammelucchi sancì lo sterminio dei templari. “Da quando al Qaida ha dichiarato guerra all'occidente, i crociati sono stati espulsi dalla nostra coscienza a favore dell'islam. L'invocazione islamista ai crociati ha oggi due scopi: compattare i musulmani nella causa del jihad contro la civiltà giudaico-cristiana e indebolire la legittimità della resistenza al jihad. “I cristiani europei tifano per i musulmani anziché per Bush o Sharon. Così fanno le élites europee, ma anche certi accademici americani, intellettuali e portavoci delle ‘chiese' dominanti”. Gli islamici sanno perfettamente come sfruttare il peccato post-cristiano e post-imperiale, vero tallone d'achille dell'occidente”. Sono riusciti a trasformarsi in una reazione all'aggressione occidentale. Nella letteratura islamica lo Stato d'Israele è la reincarnazione del regno medievale di Gerusalemme e il sionismo la moderna manifestazione dell'impulso imperialista crociato. Per questo, conclude Daniel Johnson, “quando gli occidentali deprecano i crociati mandano un messaggio in codice sia a Israele sia al mondo islamico. Il messaggio dice che semplicemente come occidentali, in particolare come cristiani, non sono pronti a difendere i loro progenitori e lo Stato ebraico, così come la liberazione dell'Iraq”. Fino a che i crociati saranno interpretati per il consumo popolare, c'è un serio pericolo che trionfi la storiografia della scuola di al Qaida. Sono parte integrante della storia occidentale, certamente “anche un casus belli, e lo rimarranno fino a che farà comodo agli islamici. Ma sul fronte culturale della guerra al terrorismo un pezzo della nostra storia se ne è andata disastrosamente nella direzione di un disarmo unilaterale”. Giulio Meotti www.genova.mpv.org 20 Luglio 2005
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