Cassazione: parole (gravi) in libertà sul diritto di famiglia

Dai giudici di cassazione una sentenza che va fuori dagli "schemi legali". Ma i giudici possono ricorrere a categorie di natura "extra-giuridica" (cioè ideologica)?

C'è un evidente paradosso nella sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha sentito il bisogno di definire, quasi en passant, la famiglia di fatto come frutto di «una significativa evoluzione sociale», tale da meritare un trattamento analogo a quello della famiglia legale. Il paradosso nasce dal merito del "caso" che i giudici della suprema istanza giudiziale stavano esaminando: quello di un detenuto che chiedeva di poter accedere al gratuito patrocinio per motivi di reddito, ma che si è visto negare questo diritto perché convivente con una donna le cui entrate, cumulate alle sue, gli facevano oltrepassare la soglia di reddito oltre la quale l'avvocato difensore bisogna pagarselo.
Nel pieno di un'offensiva ideologica che non risparmia argomentazioni le più stravaganti, per sostenere la tesi di una "par condicio" costituzionalmente improponibile, ci pare già di sentire i fautori della equiparazione: «Visto? Non è vero che con i pacs o assimilati si esigono soltanto diritti e non si accettano i doveri connessi. Quando occorre, siamo pronti anche a pagare...». In realtà, da questo punto di vista l'innovazione è relativa, perché già oggi, sulla base della legislazione vigente in materia di anagrafe, la convivenza tra persone legate da vincoli affettivi dichiarati implica la sommatoria dei singoli redditi, al fine di conseguire certi sgravi o benefici previsti dalla legislazione sul welfare.
Ma aldilà dei paradossi, l'aspetto che qui ci preme segnalare, con tutto il disagio che provoca, è l'ennesimo strappo culturale proveniente da un'istanza deputata, per definizione, a giudicare se i processi di primo e secondo grado siano stati condotti secondo i codici (il cosiddetto giudizio di legittimità). Non quindi ad entrare nel concreto delle vicende che stanno all'origine del procedimento. Tanto meno a valutarne la latitudine in termini di accettabilità sociale.
Intendiamoci, non è la prima volta che le "toghe di ermellino" si prendono la libertà di allargare o restringere le maglie delle norme vigenti (basti ricordare la sentenza del 2004, che mise in discussione l'esonero dal pagamento dell'Ici per alcune tipologie di edifici destinati a finalità di assistenza, istruzione e simili). Ed è vero: quando non decide "a sezioni unite", la Cassazione ha già mostrato in più occasioni di saper cambiare idea, talora invertendo anche di 180 gradi certe sue precedenti rotte interpretative. Qualcuno ricorda i recenti opposti pronunciamenti in materia di violenza sessuale, con tutto il corredo di valutazioni sull'uso dei jeans da parte delle vittime?
Resta tuttavia lo sconcerto per un approccio dal chiaro sapore di forzatura. Basti scorrere le righe della sentenza in cui si parla apertamente di «famiglia di fatto», giudicandola «realtà sociale» che resta sì estranea allo «schema legale», ma che nonostante ciò «esprime comunque caratteri ed istanze analoghe a quelle della famiglia "stricto sensu" intesa». Non si riesce davvero a capire in base a quale logica un organismo, cui spetta delibare sempre e comunque entro "schemi legali", possa ricorrere invece a categorie di natura extragiuridica, per impancarsi a giudice di presunte evoluzioni, frutto di "schiume" o derive sociologiche.
La moda dello sconfinamento in punto di diritto, insomma, miete sempre nuove vittime. Finora, erano soprattutto i tribunali amministrativi regionali (i tar) a gareggiare in fantasia "creativa". In questo caso siamo di fronte a magistrati dell'area penale che invadono il territorio del diritto di famiglia. Attendiamo con curiosità, ma anche con una qualche apprensione, di registrare i futuri sviluppi.

Gianfranco Marcelli
da Avvenire
6 Gennaio 2006

Google
  Web www.genova.mpv.org


www.genova.mpv.org

16 gennaio 2006

 

il sito ufficiale dei giovani del Movimento per la Vita di Genova e della Liguria