La Ru 486 non va bene. Per motivi medici, non morali

Rischio di mortalità più elevato che con l'aborto chirurgico. Un tasso di fallimenti del 5%. Abbandono psicologico della donna nella solitudine.
E questo sarebbe il progresso medico della pillola del mese dopo?

Non è necessario scomodare la morale per criticare la RU 486 o mifepristone, cioè la pillola abortiva che consente l'interruzione della gravidanza entro la settima settimana dal concepimento, bloccando l'azione trofica del progesterone per l'embrione. Bastano i fatti. Trascuriamo dunque gli aspetti etici, schivando qualsiasi tentazione di accusare per partito preso quello che è un farmaco contro la vita (nel senso greco del termine: “farmacon”, cioè medicinale, oppure veleno, secondo il contesto scegliete voi, ma solo quando avrete finito di leggere questo articolo) ed affrontiamo la questione da un punto di vista esclusivamente scientifico e legale.

Cominciamo col citare voci autorevoli. L'avvocato Roberto Conte, amministratore delegato per l'Italia della Roussel Uclaf (la casa di produzione della RU 486) dichiara su “La Repubblica” del 4 Novembre 1989 che il trattamento con il cocktail abortivo richiede tassativamente l'assistenza medica e la distribuzione da parte dei consultori. Non è, dunque, una tecnica così semplice come si vorrebbe far credere. Il dottor Richard Hausknecht, Direttore medico della ditta che commercializza negli USA il mifepristone, afferma in una conferenza stampa (al Northern Adirondack Planned Parenthood in Plattsburg, New York) di non sapere se l'aborto chimico sia più sicuro di quello chirurgico. Il dottor Renzo Puccetti, infine, specialista in Medicina Interna del comitato “Scienza & Vita” di Pisa, fa notare a ZENIT che negli Stati Uniti il tasso di mortalità legato all'interruzione volontaria di gravidanza chirurgica (anche tardiva, quindi più pericolosa) è di 0,7 donne su 100.000 (Bartlett LA et al. Obstet Gynecol. Aprile 2004), mentre con RU 486 è di 1,1 decessi ogni 100.000 casi (Henderson JT et al. Contraception. Settembre 2005), dunque più alto del 57%. Anche se si considera il rischio di morte entro le sette settimane (il limite indicato per il ricorso alla RU 486) il mifepristone vanta mortalità superiore del 10%.

Inoltre è dimostrato che il 5-8% degli aborti chimici è fallimentare e rende poi necessario l'intervento in sala operatoria; tra gli effetti collaterali del farmaco vi sono dolore o crampi nel 93,2% dei casi, nausea (66,6% delle donne), debolezza (54,7%), cefalea (46,2%), vertigini, perdite di sangue abbondanti, fino a richiedere talvolta trasfusione, sincope, cioè perdita di coscienza, (1%).(Fonte: Comunicato ufficiale di “Scienza & Vita” sulla pillola abortiva).

E' sempre piuttosto indelicato considerare i costi dei trattamenti, quando è a tema la salute, ma occorre tener conto che l'aborto chirurgico, oltre a dimostrarsi più sicuro, è anche più economico! 468 dollari negli USA, contro i 487 di quello medico, che compensa il risparmio delle spese di sala con quello dei ricoveri per monitoraggio o complicanze.

Passiamo ora a considerare gli aspetti giuridici del problema, partendo (con un pizzico di ironia) dal presupposto che la 194 abbia la stessa dignità, dunque meriti lo stesso rispetto, di tutte le altre norme del codice. Il nome della legge è “Tutela della maternità”, nasce, infatti, dalla preoccupazione (manteniamo l'ironia) di ridimensionare la piaga dell'aborto, sottraendolo alla clandestinità. L'articolo 1, infatti, recita che Stato, Regioni ed Enti locali “promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”. Di conseguenza, l'interruzione volontaria di gravidanza deve essere l'estrema scelta della donna, in mancanza di alternative migliori per tutelarne il benessere fisico e psichico. Quindi, citando l'art.5, l'informativa ed il colloquio dissuasivo devono precedere l'intervento (eppure quanto clamore ha suscitato il consiglio del Cardinal Ruini di coinvolgere nei consultori volontari del Movimento per la Vita!); questo, poi, va necessariamente eseguito sotto stretta osservazione medica, in ogni sua fase. Peccato che, con la RU 486, la donna venga dimessa entro tre giorni dalla somministrazione e possa con buona probabilità espellere il nascituro a casa sua. Ancora, all'art. 15 si legge che le Regioni promuovono l'aggiornamento “sull'uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza”- abbiamo già dimostrato di non poter attribuire queste caratteristiche al mifepristone.

Ciascuno tragga le sue conclusioni…

Ilaria Maffeo
da Il Pensiero Dominante
Gennaio 2006

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8 febbraio 2006

 

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