Ru 486: basta una pastiglia per uccidere un uomo?
Si assumono tre compresse alla presenza del medico, insieme a prostaglandine che scatenino contrazioni uterine efficaci per l'espulsione dei tessuti embrionali. Due giorni dopo si prendono altre due pastiglie e si rimane in osservazione qualche ora. Tutto qui? No, anche crampi addominali, perdite di sangue abbondanti per circa nove giorni, nausea, diarrea, disturbi del sonno. Effetti generalizzati di immunosoppressione. E la vulnerabilità al Clostridium Sordellii , un comune batterio vaginale che può entrare canale cervicale a seguito dei cambiamenti indotti dal farmaco a livello del collo uterino, nutrendosi dei tessuti embrionali in decomposizione.
E ancora,
perdita di responsabilità del medico, che se ne lava le mani, e della mamma, che consuma nella solitudine l'uccisione di suo figlio
Sono convinta che per diventare buoni medici ci si debba abituare ad avere cura dell'uomo guardandolo per quello che è: domanda e desiderio. Domanda di significato, sul perché dell'esistenza, del limite, della sofferenza; desiderio di eternità e di felicità piena.
Sono altrettanto certa che per arrivare ad avere questa franchezza e familiarità di sguardo sia necessaria un'educazione a giudicare le cose che accadono secondo il paragone con il “cuore”, ovvero con quell'insieme di evidenze ed esigenze fondamentali che ci costituiscono e in base alle quali possiamo dire “questa cosa è vera, questa decisione è giusta”. Tutto ciò vale per questioni di medicina e sanità come per ogni altro aspetto, ma è ovvio che ciascuno sia più colpito, e quindi più portato a giudicare le cose che più gli stanno a cuore, perché toccano ciò per cui si vuol spendere la vita – e io, se non si fosse capito, ci terrei a diventare medico.
Dunque, come non dire la mia a proposito della sperimentazione sulla RU 486, che Storace ha dapprima bloccato al S.Anna di Torino (21 settembre scorso), per poi reintrodurla pochi giorni dopo?
Innanzitutto, cos'è questa RU 486? Una pillola dall'aspetto innocuo, in commercio negli USA da cinque anni e ormai anche in tutti i paesi dell'Unione Europea, eccetto Italia, Lussemburgo e Portogallo. Il nome tecnico del farmaco è mifepristone: un anti-progesterone che, impedendo l'azione di questo ormone fondamentale per la gravidanza, consente di abortire entro la settima settimana.
In Francia ed in Svezia si è stimato che il 30% delle donne ricorra alla RU 486 per l'interruzione volontaria di gravidanza, in alternativa al metodo chirurgico (utilizzabile entro la quattordicesima settimana), che prevede un intervento di circa 20 minuti, in anestesia generale o locale, con inserimento di una cannula attraverso il collo dell'utero, aspirazione e rimozione dei tessuti embrionali. La donna può essere dimessa anche dopo poche ore, sarà soggetta a nausea e moderate emorragie nei quattro o cinque giorni successivi.
Come funziona, invece, il metodo abortivo della RU 486? Si assumono tre compresse alla presenza del medico (in studio, in clinica o in ambulatorio), insieme a prostaglandine che scatenino contrazioni uterine efficaci per l'espulsione dei tessuti embrionali. Due giorni dopo si prendono altre due pastiglie e si rimane in osservazione qualche ora. In questo periodo di tempo l'espulsione si verifica nei due terzi dei casi, altrimenti avviene una volta che la donna è tornata a casa. Il trattamento causa la comparsa di crampi addominali, perdite di sangue abbondanti per circa nove giorni, nausea, diarrea, disturbi del sonno.
In America la Food and Drug Administration ha dichiarato sicura la RU 486 nel 1996, dopo due anni di sperimentazione, consentendone poi la commercializzazione nel 2000. Da quel momento, FDA e produttori del farmaco (Danco Laboratories) hanno ricevuto numerose denunce di infezioni batteriche, emorragie pesanti, dolori addominali insostenibili, continui e protratti, nonché cinque casi di morte, tanto da costringere a correggerne il foglietto illustrativo della RU 486. E' stata inoltre presentata una petizione per toglierla dal mercato.
In effetti, il mifepristone scatena più di un effetto collaterale. Studi hanno dimostrato che rende le donne vulnerabili all'infezione da parte del Clostridium Sordellii, un comune batterio vaginale normalmente escluso dal canale cervicale, ma che può entrarvi a seguito dei cambiamenti indotti dal farmaco a livello del collo uterino, nutrendosi dei tessuti embrionali in decomposizione. La RU 486, inoltre, ha effetti generalizzati di immunosoppressione, che comportano risposte meno efficaci da parte dell'intero organismo contro gli agenti patogeni.
Va poi considerato che la donna, assunto il farmaco e scaduto il periodo di osservazione, viene mandata a casa, dove può verificarsi l'espulsione dell'embrione in mancanza di assistenza: il sito www.cwfa.org/articles riporta numerose storie personali di donne che testimoniano di aver sofferto dolori indescrivibili, accasciate a terra per ore e ore stentando persino a respirare, con gravi perdite di sangue, cui temevano di non sopravvivere.
I sostenitori della RU 486 si premurano soprattutto di sottolineare il risparmio che la pillola consentirebbe di avere rispetto alle spese di degenza e di sala operatoria. Considerando che l'intervento dura venti minuti, la strumentazione usata è semplicissima, che la degenza (massimo un giorno) è garanzia di tutela in caso di complicazioni per la donna, e che chissà a quanto verrà fissato il costo di un blister di RU 486, quello del risparmio sociale secondo me è davvero un motivo trascurabile. A mio parere, invece, si tratta dell'ennesima spia di una mentalità che considera la maternità come un diritto da pretendere (siamo ancora freschi del referendum sulla fecondazione artificiale) o scegliere di non esercitare, ricorrendo all'interruzione volontaria di gravidanza. In quest'ultimo caso, la RU 486 permette di spostare la questione in un ambito ancor più squisitamente privato: decido io, senza render conto quasi neanche più al medico, compro la pillola e sistemo tutto. La scelta di spezzare la vita di un bambino non ancora nato si traduce nel gesto comune e quasi naturale di andare in farmacia a comprare delle pillole.
Sono anche preoccupata considerando la questione dal punto di vista del medico: la semplice somministrazione del farmaco minimizza molto la sua responsabilità all'aborto. Basta una pastiglietta. E così vien meno quello che il dottore dovrebbe garantire al paziente tanto quanto la propria competenza e professionalità, vale a dire la compagnia nella sofferenza o, in questo caso, nella non facile decisione di abortire. Come, tra l'altro, prevede addirittura quell'ipocrita legge 194: la scelta dell'interruzione volontaria di gravidanza deve essere l'alternativa ultima, dopo che il medico abbia opportunamente consigliato alla paziente tutte le altre eventualità, in primis quella dell'adozione o dell'affido.
Ilaria Maffeo
da Il Pensiero Dominante
Giornalino di CL Università di Genova
Novembre
2005
www.genova.mpv.org
28 novembre 2005
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