Vocazione materna tecno-esaudibile: si fabbrica un figlio a 67 anni

Far-west procreatico in Romania... La legge 40 queste cose in Italia le vieta. Ancora per quanto?

Adriana Iliescu, sessantasettenne docente universitaria rumena, è appena diventata “mamma”, battendo, a occhio e croce, ogni precedente record in materia. Le virgolette sono obbligatorie: per ottenere il suo discutibile primato e coronare, come ha dichiarato in una delle tante interviste rilasciate prima del parto, “il sogno di una vita”, la signora ha dovuto infatti far ricorso a una donatrice di ovuli e imbottirsi di ormoni per i nove mesi precedenti all’impianto degli embrioni prodotti in vitro, prima, e poi per tutto il periodo della gravidanza, che si è conclusa prematuramente con la nascita di due gemelle. Una è morta subito, l’altra, un chilo e quattrocento grammi, è sopravvissuta e probabilmente ce la farà, sia pure a carissimo prezzo. I prematuri di quelle dimensioni sono destinati a mesi di incubatrice e a molta sofferenza, come documentano i più aggiornati studi di neonatologia. Ma poco importa, per la volitiva signora Iliescu, primatista mondiale del desiderio. Quel desiderio di maternità di una donna quasi settantenne, suscitato e ben radicato nella disponibilità di una tecnica che si propone onnipotente, ha qualcosa di mostruoso, di cupo, di contrario alla vita che pure dichiara di voler “generare”.

Sofferente, prematura, nutrita con sonde per settimane, quella bambina assolverà il compito per cui è stata chiamata in vita: è l’incarnazione del sogno, realizzato fuori tempo massimo, della sua “mamma” incubatrice. Dal punto di vista strettamente genetico, infatti, le due non c’entrano nulla l’una con l’altra. La signora Iliescu ha semplicemente ospitato, con grave rischio per sé e soprattutto per la neonata, “materiale” genetico altrui. I particolari concreti possono apparire pedanti, ma servono a mettere le cose al loro posto e a segnalare la finzione che, per l’ennesima volta, sarà spacciata come la storia di una mamma coraggio, addirittura da ammirare per la determinazione con cui ha perseguito e ottenuto ciò che voleva. Rimane, a uno sguardo di buonsenso, la sensazione di una violazione, meglio ancora, di una cancellazione: la cancellazione del figlio come oggetto di amore vero, altruista, di cui immaginare la vita oltre la generazione, da considerare qualcosa di più di diverso dal diritto a un gadget, bambolotto di carne per bambine mai diventate veramente adulte, alleate con i soliti ginecologi pronti a far miracoli pur di entrare nel Guinness dei primati.

Il Foglio
18 Gennaio 2005

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22 Gen. 2005

 

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