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Verso una dichiarazione Universale di BioeticaL'ONU sta preparando un nuovo documento, che tiene conto anche delle principali religioni mondiali. Ma continua l'inganno della veicolazione dell'aborto attraverso la cosiddetta "salute riproduttiva"L'UNESCO sta preparando una Dichiarazione Universale in materia di bioetica. Secondo il calendario previsto, dovrebbe essere approvata nella Conferenza Generale del prossimo autunno. La bozza del testo è già pronta, dopo un anno di lavoro da parte del Comitato Internazionale di Bioetica (CIB), con la partecipazione del Comitato Intergovernativo di Bioetica (CIGB), entrambi organismi della stessa UNESCO. La notizia ha suscitato in alcuni preoccupazione, in altri entusiasmo. Senza dubbio merita la nostra attenzione e il nostro discernimento critico. Il fatto stesso che la sezione delle Nazioni Unite deputata ai temi dell'educazione, la scienza e la cultura abbia deciso l'elaborazione di una Dichiarazione universale di bioetica è di per sé significativo. Significa, in anzitutto, che la bioetica è diventata ormai un ambito del sapere che riguarda tutti, e non più soltanto alcuni specialisti. Interessa tutti gli individui e tutte le società; tutte le nazioni e anche le relazioni internazionali. In fondo, vita e morte, salute e malattia, riguardano tutti. Perciò interessano tutti anche i rapidi sviluppi della scienza e della tecnologia e le loro applicazioni alla vita dell'uomo e alla vita in generale. E perciò interessano tutti anche i gravi e complessi problemi etici, legali e politici connessi con questi sviluppi. Significa anche che alcuni considerano che ci sia "una forte richiesta per una risposta globale" a questi problemi. Nell'era della globalizzazione si propone una visione e una gestione globale dei problemi etici che, in fondo, riguardano quasi sempre singoli individui ma sono ricchi di connotazioni sociali, legali e anche politiche. Non manca chi vede in questa iniziativa un tentativo di imporre dall'alto, a tutti i paesi e tutti gli individui, una determinata visione etica, con le conseguenti applicazioni pratiche e legislative. Una specie di uniformazione delle idee e dei comportamenti, non rispettosa delle differenze culturali, religiose e sociali presenti nelle diverse regioni del mondo. In verità, l'UNESCO ha creato un programma dedicato alla bioetica già nel 1993. Nel 1997 ha approvato una "Dichiarazione Universale sul Genoma Umano e sui Diritti Umani" e nel 2003 ha adottato una "Dichiarazione Internazionale sui Dati Genetici Umani". Bisogna riconoscere che i lavori del CIB si sono contraddistinti per trasparenza e universalità. Chiunque ha potuto conoscere in Internet programmi, calendari, membri e documenti relativi all'iter del testo. Ampie consultazioni sono state realizzate, interpellando governi, comitati e gruppi di bioetica, ecc. Nelle sessioni di lavoro hanno partecipato numerosi osservatori esterni, i quali hanno potuto anche esprimere le loro opinioni, sia oralmente che per iscritto. Alla 11ª Sessione del CIB (Parigi 23-24 agosto 2004), dedicata alla revisione del testo della Dichiarazione, sono stati invitati anche rappresentanti delle religioni più importanti del mondo, affinché illustrassero la loro visione sulla bioetica e la loro opinione sulla bozza della Dichiarazione. Certamente, i dieci minuti assegnati ad ogni rappresentante (più la possibilità di rispondere ad alcune domande) non permettevano un'esposizione sufficiente di temi così complessi e delicati. Ci fu offerta, comunque, la possibilità di intervenire attivamente anche durante la revisione del testo. Non mancarono riferimenti espliciti alle considerazioni fatte dai rappresentanti delle religioni. Un membro del CIB affermò che "dobbiamo tener presente che la maggioranza dell'umanità si riconosce in qualche religione, e non possiamo pertanto ignorare i punti di vista delle religioni nella formulazione di questa Dichiarazione Universale". Uno dei punti nodali in relazione alla Dichiarazione è la sua identità. E, infatti, ad essa è stata dedicata buona parte delle discussioni della sessione menzionata. Per più di due ore si discusse sul titolo stesso della Dichiarazione ("Declaration on Universal Norms on Bioethics"), specialmente sull'espressione "norme di bioetica". Non pochi hanno espresso perplessità e preoccupazione sulla pretesa di indicare, o imporre, delle norme specifiche di bioetica, dettate dall'alto di una Dichiarazione universale delle Nazioni Unite. È stato segnalato che "universale" può essere la Dichiarazione (in quanto emanata dall'ONU), ma non si dovrebbe pretendere di dettare norme specifiche di comportamento obbligatorie per tutti. Nella bozza preliminare figurava un elenco dei problemi specifici di bioetica che la Dichiarazione dovrebbe eventualmente affrontare. Il responsabile del "gruppo di redazione" sottolineò che il testo doveva essere completo, rigoroso, preciso, profondo e rispettoso di tutte le visioni culturali e religiose... Era possibile raccogliere in una Dichiarazione i molteplici problemi della bioetica, senza ridurla a una trattazione parziale, superficiale, confusa e unilaterale? Fu riferito che la maggioranza dei governi interimplepellati preferiva che la Dichiarazione si esprimesse sui temi concreti della bioetica. Ma, era possibile? Era conveniente? Alla fine ha prevalso il buon senso e il testo attuale presenta solamente una serie di "provvisioni generali" e "principi" di fondo. Accogliendo anche un'altra proposta, la bozza include un diverso "titolo raccomandato: Dichiarazione Universale di Bioetica e Diritti Umani" (Universal Declaration on Bioethics and Human Rights). Questo non significa, però, che il testo non potrà avere un influsso importante nell'ambito della bioetica, del pensiero e della pratica in relazione alla vita, la salute, la medicina, ecc. in tutto il mondo. Da una parte, la Dichiarazione offre orientamenti di fondo con la pretesa che vengano tradotti in decisioni e comportamenti ben precisi. Basta leggere i cinque articoli della parte intitolata "Implementazione e Promozione della Dichiarazione". In essi si invita gli Stati a rendere effettivi i principi della Dichiarazione e si chiede loro l'invio di un rapporto quinquennale; si attribuisce al CIB e al CIGB il compito di monitorare e valutare la sua applicazione; si stabiliscono le procedure necessarie per il "followup" da parte dell'UNESCO. D'altra parte, la Dichiarazione costituisce una piattaforma a partire dalla quale la stessa UNESCO si propone di "elaborare delle linee guida e strumenti internazionali" su tematiche specifiche e concrete (come ha già cominciato a fare, in realtà, con le dichiarazioni summenzionate del 1997 e del 2003). In questo modo, tra non molto possiamo cominciare a ricevere indicazioni, con carattere universale, su problemi come aborto e contraccezione, clonazione, ricerca su embrioni umani, eutanasia, ecc., ecc. Il "governo mondiale" governerà sulle nostre coscienze? Come dicevo prima, la Dichiarazione merita la nostra attenzione critica, sia per il suo contenuto che per le sue possibili implicazioni future. Offro soltanto alcuni spunti di riflessione. La parte centrale, quella dei "principi", non offre praticamente nessun elemento nuovo nell'ambito della bioetica. Si limita a raccogliere i principi che troviamo in qualunque manuale. Ma l'esplicitazione di quei principi in una Dichiarazione come questa potrà contribuire ad una maggiore estensione ed affermazione degli stessi. Forse il maggior contributo sta nella forte sottolineatura della dimensione sociale e solidale della medicina e le scienze della vita, anche a livello internazionale. Questo richiamo, presente in modo trasversale lungo tutto il testo, appartiene più all'ambito dell'etica sociale e politica che non a quello della bioetica; ma sappiamo che molti problemi di bioetica assumono oggi una forte connotazione sociopolitica (si parla spesso per questo di "biogiuridica" e di "biopolitica"). Nella loro "generalità" i principi proposti appaiono sostanzialmente validi e opportuni. Come succede sempre con questo tipo di documenti i problemi sorgono soprattutto nella loro interpretazione e applicazione. Si parla, per esempio, della "dignità inerente della persona Ma chi verrà riconosciuto come persona umana? Tutti gli esseri umani o solo quelli che soddisfano determinate condizioni, per esempio quella di essere già nati, come molti pretendono nei dibattiti di bioetica? In altri momenti si menziona "la fondamentale uguaglianza di tutti gli essere umani in dignità e diritti". Qui non si menziona la parola "persona", e dunque il principio varrebbe per ogni singolo essere umano, in qualunque condizione o stadio di sviluppo. Per evitare queste ambiguità sarebbe meglio unificare il linguaggio, evitando il ricorso a termini discutibili e discussi in ambito filosofico e giuridico, come quello di persona. Un altro elemento carico di ambiguità è l'insistente richiamo al pluralismo. Lo troviamo già nella stessa definizione di bioetica, riportata sopra, la quale parla di uno studio "sistematico, pluralistico e interdisciplinare". Che significa qui "studio pluralistico"? Se qualcuno porta avanti una studio sui problemi della vita partire unicamente dalla propria visione culturale religiosa, non fa bioetica? (magari bioetica cattolica o bioetica buddista?). Naturalmente, tutti dobbiamo rispettare le opinioni degli altri (o meglio, coloro che esprimono le proprie opinioni). Dobbiamo, anzi, intrattenere rapporti di dialogo aperto e sincero con tutti. Ma per poter dialogare con l'altro devo confrontare la mia visione con la sua. Il rispetto della pluralità presuppone la propria identità. Come deve essere interpretato, allora, l'articolo che stabilisce che "ogni decisione e pratica terrà in considerazione i sostrati culturali, scuole di pensiero, sistemi di valore, tradizione, credenze religiose e spirituali e altri tratti rilevanti della società"? Che significa in questo caso "tenere in considerazione"? L'articolo successivo proibisce la "discriminazione" e la "stigmatizzazione" su qualunque base. Durante una revisione del testo domandai se, in base a questo articolo, potrebbe essere condannato chi si dichiarasse contrario a determinate pratiche, come l'aborto o la sterilizzazione, con l'accusa di non rispettare gli altri. Mi fu risposto che la Dichiarazione garantisce la libertà di espressione e che quando si parla di "stigmatizzazione" si intende un comportamento denigratorio e aggressivo. Il testo, però, non menziona la libertà di espressione, e condanna la discriminazione che "intenda infrangere o abbia l'effetto di infrangere, la dignità umana, i diritti umani o le libertà fondamentali". Se in un testo di bioetica o in un dibattito legislativo mi pronuncio contro il transessualismo, sto infrangendo una libertà fondamentale di qualcuno? Lo faccio se mi rifiuto di fare un intervento chirurgico per il cambiamento di sesso? Ho sottolineato il fatto che la Dichiarazione si mantenga a livello di principi generali. C'è un passaggio, però, nel quale si scende a qualcosa di molto particolare, e mi sembra abbastanza significativo. Parlando dell'accesso ai servizi medici e le medicine essenziali si aggiunge esplicitamente: "includendo quelle per la salute riproduttiva e per la salute dei bambini". Basta avere un minimo di dimestichezza con l'espressione "salute riproduttiva" e con i documenti delle Nazioni Unite che l'anno assunta e imposta nelle politiche per il controllo delle nascite e l'accettazione dell'aborto nel mondo, per capire quanto sia insidiosa quella menzione esplicita. Perché non si dice, per esempio, "includendo quelle per combattere l'Aids"? Sinceramente, si ha tutta l'impressione di un tentativo subdolo e poco onesto per approvare una serie di pratiche alquanto controverse infilandole quasi impercettibilmente dentro un principio sacrosanto. Un altro elemento da analizzare criticamente è quello del carattere "impositivo" che la Dichiarazione può avere o che da essa può derivare. Abbiamo segnalato all'inizio la preoccupazione di non pochi in relazione al pericolo di una norm- mativa globale in problemi così complessi, delicati e legati ai valori personali, come quelli della bioetica. Saranno soprattutto gli esperti in diritto e biodiritto, specialmente in diritto internazionale, a dover valutare con attenzione le eventuali implicazioni della Dichiarazione dell'UNESCO. Il dibattito è aperto e conviene che anche da parte della Chiesa cattolica continui una riflessione serena e rigorosa su questo e su altri interventi delle Nazioni Unite nel campo delle scienze mediche e delle scienze della vita in genere. Non dobbiamo, però, limitarci ad analizzare ed eventualmente criticare le proposte culturali e legislative che in questo campo portano avanti altre istituzioni nazionali o internazionali. Ho riferito come una buona parte degli Stati interpellati (soprattutto tra i paesi in via di sviluppo) hanno espresso il desiderio che vengano offerte direttive concrete sui problemi della bioetica. Incontrando alcuni rappresentanti dei governi ho percepito questa effettiva esigenza. Commentando la possibilità che la Dichiarazione rimanesse a livello di principi generali, un membro del governo di un paese africano mi disse: "Ma noi abbiamo bisogno di direttive concrete; non abbiamo esperti né comitati di bioetica, come possiamo regolarci in materie così difficili?". Ho potuto anche notare il vivo interesse dei delegati di diverse parti del mondo in relazione al pensiero e la dottrina della Chiesa cattolica su queste tematiche. Ho pensato allora: tante persone, gruppi e governi, sentono il bisogno di un aiuto concreto in questo campo della bioetica. La Chiesa ha sviluppato da tempo una riflessione ricca e rigorosa, radicata profondamente nella dignità intrinseca di ogni essere umano. Abbiamo l'obbligo di continuare questo approfondimento e di far conoscere il più possibile un patrimonio di idee e di impegni concreti che è anteriore e va molto al di là delle dichiarazioni universali dell'UNESCO.
LA BOZZA DI DOCUMENTO SULLA DICHIARAZIONE DELL'UNESCO
Vediamo in sintesi i contenuti della Bozza di Dichiarazione universale di bioetica. Il preambolo si preoccupa di riconoscere, da una parte, gli aspetti positivi dell'attuale sviluppo scientifico e tecnologico nell'ambito delle scienze della vita; dall'altra sottolinea che questi sviluppi devono promuovere sempre il bene degli individui, le famiglie, i gruppi o comunità e dell'intera umanità. Per questa ragione, si considera che la riflessione etica deve formar parte del processo di sviluppo scientifico e tecnologico e che la bioetica dovrebbe giocare un ruolo predominante nelle presse di decisioni in questo ambito. Si sottolinea anche la dimensione internazionale delle questioni di bioetica e la corrispondente necessità di trattarle come un tutto e di offrire una risposta globale, per quale l'UNESCO ha un suo ruolo specifico. Vengono poi citati alcuni documenti internazionali di riferimento, a cominciare dalla Dichiarazione Universale sui Diritti dell'Uomo del 1948. Sulla scia di quella storica Dichiarazione viene ricordato il dovere istituzionale dell'UNESCO di "promuovere i principi democratici della dignità, eguaglianza e rispetto di tutti e se domani". Finalmente si fa un richiamo ai doveri di responsabilità sociale e di cooperazione internazionale applicati al campo della bioetica, in relazione soprattutto ai bisogni speciali dei paesi in via di sviluppo. La prima parte, che va sotto il titolo "Provvisioni Generali", offre innanzitutto una definizione del termine "bioetica": "Lo studio e la risoluzione sistematica, pluralistica e interdisciplinare dei problemi etici presentati dalla medicina, le scienze della vita e le scienze sociali in quanto applicate agli esseri umani e al loro rapporto con la biosfera, includendo i problemi relativi alla disponibilità e accessibilità degli sviluppi scientifici e tecnologici e le loro applicazioni". Vengono poi segnalati gli scopi della Dichiarazione: offrire agli Stati una cornice di principi fondamentali nel campo della bioetica e stabilire le basi per delle linee guida sui problemi di bioetica; promuovere il rispetto della dignità umana e la protezione e promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali; riconoscere l'importanza della libertà nella ricerca scientifica, assicurando il suo sviluppo avvenga all'interno di un quadro dei principi etici; fomentare il dialogo multidisciplinare e pluralistico; promuovere l'accesso equo agli sviluppi medici, scientifici e tecnologici, soprattutto per i paesi in via di sviluppo; riconoscere l'importanza della biodiversità, della responsabilità umana verso le altre forme di vita; salvaguardare e promuovere gli interessi della generazione presente di quelle future. La parte centrale del documento si intitola "Principi". Innanzitutto il principio del rispetto totale della dignità inerente della persona umana, i diritti umani e le li bertà fondamentali; aggiungendo anche che l'interesse e il benessere della persona umana prevale sull'interesse della scienza o la società. Si deve rispettare anche la fondamentale eguaglianza di tutti di essere umani in dignità e diritti. Ogni decisione e pratica medica deve cercare il beneficio della persona interessata e minimizzare il possibile danno risultante. Si deve tenere in considerazione le visioni culturali, scuole di pensiero, sistemi di valori, tradizioni, credenze religiose e spirituali, senza che però questi elementi possano essere invocati per infrangere la dignità umana o andando contro i principi stabiliti nella Dichiarazione. Viene vietata anche la discriminazione e la stigmatizzazione, per qualunque motivo, di individui, famiglie, gruppi o comunità. Dev'essere poi rispettata l'autonomia delle persone nel prendere decisioni ed assumersi la loro responsabilità, nel rispetto dell'autonomia altrui. Per questa ragione, si deve chiedere il consenso libero, informato ed espresso delle persone nel campo della ricerca scientifica e in relazione alla diagnosi e il trattamento medico; bisogna offrire una protezione speciale per le persone che non hanno la capacità di dare il proprio consenso. È necessario altresì rispettare la privacy e la confidenzialità delle informazioni. Viene fatto anche un forte richiamo alla dimensione sociale di solidarietà tra gli esseri umani e si incoraggia a questo scopo la cooperazione internazionale. Nel favorire il bene comune si chiede l'accesso per tutti a una attenzione medica di qualità e le medicine essenziali, incluse quelle relative alla "salute riproduttiva" e alla salute dei bambini; così come anche l'accesso a un'adeguata nutrizione e all'acqua, il miglioramento delle condizioni di vita ed ambientali, la riduzione della povertà e dell'analfabetismo. Si insiste poi nel dovere di condividere, nella società e nella comunità internazionale, i progressi scientifici e i loro benefici. L'ultimo principio richiama la responsabilità degli essere umani nella protezione focus 2 dell'ambiente, la biodiversità e la biosfera. Dopo i principi vengono stabilite alcune "Condizioni per l'Implementazione" degli stessi. Si tratta di alcuni principi di carattere procedurale. Si stabilisce, per esempio, che nella presa di decisioni si dia luogo a una discussione completa e libera, si tengano presenti le migliori evidenze scientifiche e metodologie, e siano considerate individualmente tenendo presenti le circostanze delle persone, i gruppi e le comunità. Vengono richiamati atteggiamenti di professionalità, onestà e integrità; si raccomanda anche la trasparenza, la disponibilità allo scrutinio da parte della società e al dibattito pubblico. Si chiede l'istituzione, promozione e supporto di comitati di etica indipendenti, multidisciplinari e pluralistici. Gli Stati vengono invitati a promuovere delle opportunità per il dibattito pubblico, informato e pluralistico, e l'espressione delle diverse opinioni socio-culturali, religiose, filosofiche, etc. Si chiede inoltre che vengano prese appropriate misure di precauzione quando vengano identificati danni o seri rischi per la salute pubblica o il benessere umano. Si stabilisce finalmente il controllo etico transnazionale su quelle attività che riguardano diversi paesi. La penultima parte, "Implementazione e Promozione della Dichiarazione", chiede l'impegno degli Stati e la cooperazione internazionale, sotto la guida dell'UNESCO. Finalmente ("Operazione dei Principi e della Dichiarazione"), si stabilisce che i principi devono essere considerati complementari e correlati tra di loro, che non possono essere applicate delle restrizioni a questi principi salvo quelle prescritte dalla legge in quanto necessarie per il bene pubblico o la protezione dei diritti delle libertà dei singoli, e che niente nella Dichiarazione può essere interpretato come giustificazione di qualunque comportamento contrario ai diritti umani, le libertà fondamentali della dignità umana. P. Gonzalo Miranda www.genova.mpv.org 25 ottobre 2005
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