Fassino sull'Articolo 18: un referendum sbagliato che danneggia i lavoratori

L'invito all'astensione del segretario dei Ds Piero Fassino. «Il sì è sbagliato, il no inadeguato» «E' un referendum dannoso e bisogna renderlo inutile, vanificarlo, sterilizzarlo»

DOMANDA (D) - Onorevole Piero Fassino, la segreteria nazionale dei Ds ha scelto di «proporre» soltanto «nelle prossime settimane» la posizione da assumere sul referendum del 15 giugno. Qualcuno, malignamente, già interpreta questa dilazione come la prova della vostra difficoltà a scegliere.

«Trovo francamente insopportabile e sconcertante che tutta l'attenzione pubblica sia concentrata su quello che faranno i Ds il prossimo 15 giugno. Non mi risulta che questo referendum sia stato voluto da noi ed è responsabilità di chi l'ha promosso spiegare agli elettori le proprie ragioni . Quasi tutti i partiti di maggioranza e di opposizione, non solo noi, ma anche le organizzazioni sindacali, Cgil compresa, e le rappresentanze economiche non hanno ancora preso una decisione e non sta scritto da nessuna parte che bisogna decidere in modo precipitoso . Ripeto: non siamo noi i promotori di questo referendum sbagliato e la nostra agenda politica non può e non deve essere dettata dalle scelte di altri. Quanto al nostro presunto indecisionismo, dunque, respingo le accuse al mittente».

D - Dire che un referendum è sbagliato, significa dichiararsi per il «no» al quesito che contiene. O è una conclusione troppo semplicistica?

«Innanzitutto ribadisco: il referendum è profondamente sbagliato, perché equipara in modo insensato le piccole aziende alle grandi imprese, nega la specificità dell'impresa minore e tratta le imprese sotto i 16 dipendenti come fossero la Pirelli, Telecom o la Fiat. Se dovesse passare la linea sciagurata dell'estensione automatica alla piccola impresa della logica delle grandi aziende, l'esito inevitabile sarebbe l'aumento a dismisura del lavoro precario, del lavoro nero e di quello sommerso. Si accentuerebbero le diseguaglianze, si indebolirebbero le tutele per una vasta area di lavoratori. Ecco il paradosso: un referendum indetto con la motivazione di estendere diritti e tutele otterrebbe il risultato opposto. Centrerebbe simultaneamente due obiettivi negativi: compromette la salute e la stessa sopravvivenza delle piccole imprese e abbassa la soglia di tutele per i lavoratori che operano in esse. Più sbagliato di così».

D - Dunque, non voterete sì.

«Ovviamente. Da un giudizio così severo discende una conseguenza inevitabile: se il referendum è sbagliato non possiamo che augurarci il suo insuccesso. Non vogliamo che vincano i sì a un referendum sbagliato . Un referendum, per giunta, che produrrebbe un effetto del tutto deviante anche sui temi dell'economia e del mercato del lavoro. La guerra, come ha scritto Elie Wiesel, è una notte che copre tutto. E anche in Italia la guerra ha messo in secondo piano la situazione economica che oggi torna drammaticamente in primo piano. Lo stesso governo è costretto a rivedere al ribasso tutte le sue previsioni. Il 2003 si profila come un altro anno di bassa crescita, di minore competitività delle nostre imprese in Europa e nel mondo, con il rischio di una crescente marginalità del sistema produttivo italiano nel complesso dell'economia internazionale. Il referendum sull'estensione dell'articolo 18 nelle piccole imprese costituisce un'autentica trappola, perché fa diventare centrale un tema in realtà marginale e assolutamente eccentrico rispetto alle vere questioni in gioco. Basterà ricordare che Marco Biagi che pure proponeva molte modifiche della legislazione del lavoro, ha sempre considerato del tutto marginale la questione dell'articolo 18».

Ma se la battaglia sull'articolo 18 è stata al centro dello scontro politico per più d'un anno, con la manifestazione dei tre milioni convocati a Roma da Sergio Cofferati.

«La drammatizzazione sull'articolo 18, e la richiesta di un referendum, ha una doppia responsabilità. Quella di Antonio D'Amato, della Confindustria e del governo che hanno premuto dissennatamente per sopprimere l'articolo 18 nelle aziende con più di 16 dipendenti e oggi rischiano di vederlo esteso anche nelle piccole imprese con il pericolo di rendere attuale il vecchio adagio: partirono per suonare e furono suonati. La responsabilità di Bertinotti, promotore di un referendum che rischia di penalizzare le piccole imprese e i loro lavoratori. Per fare la battaglia a Berlusconi, Bertinotti se la prende con artigiani e commercianti con il bel risultato di mandarglieli in braccio, senza peraltro neanche tutelare i loro dipendenti».

D - Ma non è ancora chiaro perché, date queste premesse, i Ds non propongano un secco «no».

«E invece è molto chiaro: se il referendum è sbagliato e non vogliamo certamente che vincano i sì è altrettanto vero che il no è inadeguato».

D - E perché mai?

«Per gli stessi argomenti esposti l'altro ieri sulla Stampa da un economista come Tito Boeri il quale ha spiegato che il «no» si limiterebbe a mantenere la situazione così com'è mentre ci sono riforme ineludibili da realizzare per le piccole imprese e per i loro dipendenti. Un mondo dove non esiste la cassa integrazione, le misure di tutela del reddito dei lavoratori licenziati coprono soltanto nove mesi con il 40 per cento di stipendio, dove vanno migliorate l'indennità di malattia e le garanzie per i diritti di maternità delle lavoratrici. Per questo le proposte depositate in Parlamento e per le quali chiediamo un esame immediato, elaborate unitariamente dall'Ulivo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, di un nuovo sistema dei diritti e delle tutele. Un «no» sarebbe meramente conservativo. Un no inadeguato su problemi complessi che non si lasciano ridurre alla logica semplicistica del sì e del no».

D - E dunque?

«Da qui al 15 giugno decideremo con quale indicazione di voto tradurre il nostro no al referendum. Escludo la scelta della «libertà di voto», anche perché rischia di ricordare Ponzio Pilato . Decideremo tra più possibilità: se non dare indicazioni, se indicare l'astensione oppure indicare scheda bianca. Prenderemo le nostre decisioni tenendo conto del dibattito e degli orientamenti degli altri partiti dell'Ulivo, della Cgil, della Cisl e della Uil e delle organizzazioni delle imprese».

D - Per la verità, la Cgil di Epifani non sembra tutta d'accordo sulle sue idee a proposito del «referendum sbagliato».

«La segreteria della Cgil ha dato un'indicazione, ma è in corso una discussione e non è stata ancora presa una decisione definitiva».

D - Nel frattempo voi invocherete le ragioni del né con il sì né con il no?

« E una domanda insensata. Deve essere chiaro che la nostra scelta non è la neutralità. Non siamo equidistanti, né indifferenti e per questo non sosterremo il sì. Insomma: è un referendum dannoso e bisogna renderlo inutile, vanificarlo, sterilizzarlo, considerando al contempo il no inadeguato . La nostra priorità è costituita dalle elezioni amministrative del 25 maggio: è qui che si concentrerà l'impegno dei Ds, con tutte le nostre energie e le nostre risorse».

D - Nel frattempo il centro-sinistra rischia di spaccarsi, con Rutelli e la Margherita che premono per il no e i Verdi e Cossutta che optano per il sì.

«Intanto anche la Margherita non ha adottato una posizione definitiva e anzi mi pare che le nostre posizioni siano molto vicine e simili. Ma evitiamo di trasformare tutto nella solita baruffa politica italiana. Mi limito a notare che in Italia non c'è stato referendum, se si eccettuano quelli sul divorzio, sull'aborto o sull'abolizione della preferenza unica, che non abbia conosciuto differenze di voto anche tra partiti alleati. Ci possono essere diversità d'orientamento tra i partiti ma non è il caso di drammatizzare perché un referendum, per sua natura, assegna ai cittadini, e non ai partiti, il diritto di decidere e induce anche una maggiore elasticità nei comportamenti politici».

D - Si profilano divisioni anche nel suo stesso partito, sebbene stavolta le sue posizioni e quelle di Cofferati non sembrano divergere.

«Chi nel nostro partito sostiene esplicitamente il sì è decisamente minoritario. Invece la contrarietà a un referendum sbagliato è molto diffusa non solo nella maggioranza del congresso di Pesaro ma anche in larghi strati della minoranza».

da http://www.dsonline.it/stampa/documenti/dettaglio.asp?id_doc=11607
20 Apr. 2003

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19 Mar. 2005

 

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