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Quando la vita è di qualità?La società del benessere ha promosso una nozione di qualità della vita riduttiva e selettiva. E si è dimenticata della sacralità della vitaNella pratica medica odierna occorre compiere un sapiente discernimento attorno a due concetti di grande importanza: quello di “qualità di vita” e quello di “salute”. Se ne è parlato in Vaticano nei giorni scorsi nel corso dell'Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita (PAV). Che cosa s'intende esattamente con l'espressione “qualità della vita”? A volte si indica il grado di autonomia psico-fisica di un paziente, le sue capacità cognitive, il recupero possibile dopo un delicato intervento, le relazioni con la famiglia e la società. Ancora, si parla di qualità di vita in senso socio-economico – in riferimento al benessere di una nazione – o in senso ecologico, in riferimento alla salute dell'acqua, dell'aria, delle città, etc. Preoccupa un concetto spiccatamente riduttivo, perché si riferisce prioritariamente al benessere fisico della persona inteso in senso "selettivo". Su questa base si afferma che, ove non esista un accettabile livello di qualità di vita, la vita stessa perde di valore e non merita di essere vissuta. Di conseguenza, in questa prospettiva, viene meno il concetto di "sacralità di vita": la vita non ha valore a motivo del suo rapporto con Il Creatore, ma a motivo della sua condizione di salute. Così, si assolutizza la “ qualità” e si dimentica la “ sacralità” . Anzi, non poche volte si giunge a dare al concetto di sacralità un significato negativo, interpretandolo come "vitalismo" ingiustificato, cioè come la scelta di mantenere in vita un paziente a tutti i costi. Tutto questo preoccupa perché una tale mentalità potrebbe facilmente condurre a forme di eugenismo o di eutanasia. Su questo delicato punto ha fatto chiarezza lo stesso Giovanni Paolo II, inviando una lettera per il Congresso della PAV, dove ha ricordato che si deve riconoscere sempre la qualità essenziale che distingue ogni creatura umana per il fatto di essere creata a immagine e somiglianza del Creatore stesso. L'uomo, costituito di corpo e spirito nell'unità della persona è chiamato a un dialogo personale con il Creatore. Perciò, egli possiede una dignità superiore alle altre creature visibili, viventi e non viventi. Come tale, è chiamato a collaborare con Dio nel compito di soggiogare la terra ed è destinato, nel disegno redentivo, a rivestire la dignità di figlio di Dio. “Questo livello di dignità e di qualità – ha scritto il Santo Padre - appartiene all'ordine ontologico ed è costitutivo dell'essere umano, permane in ogni momento della vita, dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale, e si attua in pienezza nella dimensione della vita eterna. L'uomo va dunque riconosciuto e rispettato in qualsiasi condizione di salute, di infermità o di disabilità”. In realtà, sotto la spinta della società del benessere, si sta favorendo una nozione di qualità di vita che è, al tempo stesso, riduttiva e selettiva : “essa consisterebbe nella capacità di godere e di sperimentare piacere, o anche nella capacità di autocoscienza e di partecipazione alla vita sociale. In conseguenza, è negata ogni qualità di vita agli esseri umani non ancora o non più capaci di intendere e di volere, oppure a coloro che non sono più in grado di godere la vita come sensazione e relazione”. Analogamente, il concetto di salute ha subìto una trasformazione nella prospettiva di un benessere fisico, psichico e sociale. Si è giunti, così, a giustificare la scelta dell'aborto, chiamandolo addirittura “terapeutico”, perché il figlio minaccerebbe la condizione generale della donna. Se non è facile dire che cosa sia la salute, è certo che con questo termine ci si intende riferire a tutte le dimensioni della persona, nella loro armonica e reciproca unità: la dimensione corporea , quella psicologica e quella spirituale e morale . Durante i lavori della PAV, Manfred Lütz ha notato come oggi stia progressivamente affermandosi una “religione della salute”: non Dio, non il prossimo, ma la salute individuale assurge a indiscusso bene massimo. “Se la salute rappresenta il massimo valore, allora l'uomo sano è anche il vero uomo. E chi non è sano, e soprattutto, chi non può ritornare sano, allora diventa tacitamente un uomo di seconda o terza classe”. È triste constatare come gli uomini, nella ingenua speranza di evitare l'invecchiamento e la morte, consacrano la vita, l'irripetibile tempo della vita alla ricerca della salute e della prestanza fisica; quando, poi, sul letto di morte, avvicinandosi l'inevitabile evento che essi hanno cercato di evitare con ogni possibile accortezza salutista, “si chiederanno se forse non avrebbero dovuto trascorrere un po' più di tempo con la moglie, con i figli, gli amici anziché in palestra, oppure se non avrebbero potuto fare qualcosa per gli altri” Rimane comunque vero che, anche se la salute non rappresenti il bene “ ultimo” della persona, essa costituisce comunque un bene molto importante, che esige il dovere morale di conservarla, sostenerla e recuperarla. Prevenzione, cura e riabilitazione sono impegni rivolti alla promozione del bene "salute" e all'eliminazione del suo contrario, cioè la malattia Marco Doldi www.genova.mpv.org 3 Mar . 2005
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