Eutanasia, crescere in umanità

L'eutanasia è, fondamentalmente, frutto del materialismo, che vede nell'uomo solo un corpo umiliato e sofferente. Che non riconosce alcuno scopo ad un'esistenza segnata dalle malformazioni. Portata sui bambini, significa applicare a loro uno standard di vita, secondo cui la vera realizzazione sarebbe quella del successo, del divertimento, dell'affermazione nella società, della produzione. Una concreta solidarietà svuota la richiesta dell'eutanasia di ogni presunta forma di umanità.

“Altrimenti, il nostro mestiere sarebbe una strage degli innocenti”. Con questa battuta il professor Costantino Romagnoli (Policlinico Gemelli – Roma) ha escluso l'ipotesi di un'eutanasia neonatale. Un bambino, che è portatore di handicap gravi, non può essere soppresso: “no è abominevole, non è accettabile dal medico, si tratta di un omicidio. Altrimenti …”

Dure sono state le reazioni alla presa di posizione del vescovo anglicano, Tom Butler, che si è detto a favore dell'eutanasia per i neonati con gravi malformazioni; sarebbe un gesto di pietà. Questa dichiarazione oltre ad essere grave, perché chi la pronuncia dovrebbe per scelta porsi dalla parte della vita, è significativa di un movimento sotterraneo che sta portando diversi Paesi ad autorizzare l'eutanasia su minori. Ne è esempio l'Olanda, dove una clinica pediatrica universitaria da tempo è stata autorizzata ad interrompere la vita di bambini con malattie incurabili.

Sembra un strada tristemente logica: dall'aborto all'eutanasia neonatale il passo è breve. Lo ha denunciato il card. C. Ruini, intervenendo al Convegno promosso dalla Congregazione per l'Educazione Cattolica insieme al Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. “Non è facile – ha detto il porporato – individuare una differenza sostanziale tra la soppresione dei neonati e quella, già ammessa in varie legislazioni, dei bambini non ancora nati, ma già in grado di vivere anche al di fuori dell'utero materno”.

Una logica di morte, frutto di una visione culturale incapace di comprendere totalmente l'uomo. Il Presidente dei Vescovi italiani ha messo in luce le debolezze di una tale visione, a cominciare dal fatto che l'uomo viene ricondotto alla sua sola dimensione corporea, in quella prospettiva naturalistica, secondo la quale l'uomo sarebbe soltanto una particella della natura.

Per proseguire alla lettura dell'uomo secondo i parametri sperimentali della ricerca. Se è necessario conoscere la struttura biologica dell'uomo, egli non può essere ridotto sola a questa; non può essere “oggettivato” al punto da dimenticare che egli supera e trascende la corporeità: è insieme spirito e corpo, creato da Dio con un progetto personale. Ecco, allora, che l'idea di uomo oggi assume sempre più una dimensione planetaria.

In questa prospettiva l'eutanasia è, fondamentalmente, frutto del materialismo, che vede nell'uomo solo un corpo umiliato e sofferente. Che non riconosce alcuno scopo ad un'esistenza segnata dalle malformazioni. Portata sui bambini, significa applicare a loro uno standard di vita, secondo cui la vera realizzazione sarebbe quella del successo, del divertimento, dell'affermazione nella società, della produzione.

Ci si accorge facilmente che il vero problema è quello del disagio dell'uomo contemporaneo di fronte alla malattia e alla debolezza. Egli non può tollerare che vi siano delle esistenze al di fuori dei parametri di una vita di qualità. La campagna verso l'eutanasia rivela l'icapacità dei sani di accettare chi è malato; l'incapacità di prendersi stabilmente cura dell'altro. Si invoca la buona morte per evitare una presunta cattiva vita. E se fosse una soluzione silenziosa e vergognosa per coprire il disagio dei sani?

Il progresso di una società non si giudica solo dai beni che produce e dal tenore di vita che offre a tutti; si capisce, inveca, dalla sua capacità di accogliere la debolezza e di accompagnarla, riconoscendo in chi la porta pari dignità a vivere. Casi di malformazioni neonatali spaventano genitori e parenti, fondamentalmente, per un motivo: essi si domandano se saranno in grado di prendersi cura di quel bambino, vivendo anche nella prospettiva di una morte precoce.

Occorre crescere nell'accoglienza, sostenendo innanzitutto le famiglie. È un compito della comunità ecclesiale e, soprattutto, di quella civile. Davanti a chi pretende l'eutanasia come un diritto di civiltà, occorre contrapporre un chiaro no. Ma, allo stesso tempo, indicare concrete strutture e modalità di assistenza medica al piccolo paziene, ma anche psicologica e umana ai genitori.

Non si può, infatti, dimenticare che nell'esperienza umana la sofferenza è strettamente legata alla solitudine: si teme la prima per non essere in grado di vivere la seconda. E se per affrontare la sofferenza oggi si può far molto, molto di più si deve fare per non abbandonare chi in essa vive e combatte.

Una concreta solidarietà svuota la richiesta dell'eutanasia di ogni presunta forma di umanità.

Marco Doldi
Novembre 2006

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8 Dicembre 2006

 

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