La radicale differenza tra "dare la morte" e "accompagnare alla morte"

Tragico epilogo per il caso Welby. Ma è parso evidente che la moglie e gli "amici" che lo hanno accompagnato erano ben più interessati all'affermazione ideologica che all'affetto per la persona. Così, anche i funerali sono diventati un'occasione di propaganda politica. Espressione di una cultura che, prescindendo da Dio, rende l'individuo responsabile solo davanti a sé stesso.
“Si presenta come sicuro ed autosufficiente artefice del proprio destino quest'uomo del secolo ventunesimo. Sembra, ma così non è… Che pensare di chi sceglie la morte credendo di inneggiare alla vita?” [Papa Benedetto XVI, Messaggio Urbi et Orbi, Natale 2006].
“Nel Dio che si fa uomo per noi ci sentiamo tutti amati ed accolti, scopriamo di essere preziosi e unici agli occhi del Creatore. Il Natale di Cristo ci aiuta a prendere coscienza di quanto valga la vita umana, la vita di ogni essere umano, dal suo primo istante al suo naturale tramonto” [Papa Benedetto XVI, Angelus, 24 Dicembre 2006].

Si ha l'impressione che, nel caso di Piergiorgio Welby, si debba distinguere la triste vicenda personale dalla disonesta amplificazione politica e, soprattutto, mediatica, dove l'epilogo è stato presentato come assolutamente normale. Grazie a taluni mass-media, da tempo schierati a favore dell'eutanasia.

Ad arte giornali, radio e televisione hanno presentato come accanimento ingiusto quella che era assistenza dovuta, come diritto assoluto quello di togliersi la vita, come atto di civiltà e solidarietà quello di aiutare a farlo.

In quei giorni, pochi sono riusciti a fermarsi almeno per riflettere, prendendo le distanze da quello che era presentato. Le stesse immagini del malato, quotidianamente trasmesse, i racconti delle ultime ore con i risvolti più intimi e personali, le dichiarazioni dei parlamentari che appoggiavano l'eutanasia, l'arrivo del medico specialista, apparso come il liberatore … tutto sembrava assolutamente normale.

Eppure, sotto i riflettori c'era un uomo, sconosciuto fino a poco tempo prima e fortemente provato, al punto da chiedere insistentemente la morte.

L'assurdo reality si è interrotto non tanto con la morte, quanto piuttosto con il rifiuto del Vicariato di Roma di celebrare le esequie religiose, perché il defunto aveva costantemente mostrato la volontà di uccidersi e questo in contrasto con la dottrina cattolica.

La decisione non ha mancato di suscitare scalpore, giungendo ad accusare la Chiesa di insensibilità umana, ed anche comprensibile amarezza tra molti credenti e non. Sicuramente, non è stata voluta per umiliare ulteriormente quest'uomo e la sua famiglia.

Invece, è stata presa per scardinare, finalmente, l'assurda ovvietà della vicenda, facendo capire che questa ed altre simili storie con esito eutanasico non potranno mai essere considerati come un fatto normale, come un segno dei tempi che cambiano. La Chiesa non ha condannato un uomo; ha voluto opporsi fino in fondo alla logica e alla politica della morte.

Il Catechismo della Chiesa insegna che l'eutanasia è un atto omicida, che nessuna circostanza o fine possono giustificare. Purtroppo, questo non è più condiviso. La mentalità corrente è sempre meno incline a riconoscere la vita come valore in sé stesso, in relazione con Dio solo, indipendente dal modo di essere al mondo.

È diffusa una concezione della qualità della vita in termini di efficienza e godibilità psicofisica, incapace di dare significato alla sofferenza e all'handicap, che sono da rifuggire ad ogni costo e con tutti i mezzi. La morte è vista come la fine assurda di una vita ancora da godere, o come liberazione da una esistenza ritenuta ormai priva di senso.

E tutto questo all'interno di una cultura che, prescindendo da Dio, rende l'uomo responsabile solo davanti a sé stesso e alle leggi della società liberamente stabilite. Questo è il terreno di crescita dell'eutanasia.

Dove queste convinzioni si diffondono, diceva Giovanni Paolo II, “può apparire logico e umano porre fine dolcemente alla vita propria o altrui, quando essa riservasse solo sofferenze e menomazioni gravi” (“Discorso” 6/09/84).

Ma questo è in realtà assurdo e disumano. La pietà suscitata dal dolore e dalla sofferenza verso malati terminali, bambini anormali, malati mentali, anziani, persone affette da mali inguaribili, non è pietà umana e non può condurre a nessuna eutanasia diretta, attiva o passiva. Qui non si tratta di aiuto prestato a un malato, ma dell'uccisione intenzionale di un uomo. E il no è assoluto e doveroso.

Il personale medico, fedele al compito di essere sempre al servizio della vita e assisterla sino alla fine, non può prestarsi a nessuna pratica eutanasica, neanche su richiesta dell'interessato, tanto meno dei suoi congiunti. La vita è data alla persona e nessuno può toglierla o permettere che si tolga: è un dovere che s'impone su tutti, sul cittadino e sullo Stato. Diverso è il caso del diritto a morire con dignità umana e cristiana. Questo è un diritto reale e legittimo, che la famiglia e il personale sanitario sono chiamati a salvaguardare, curando il morente e accettando il naturale compimento della vita. C'è radicale differenza tra «dare la morte» e «consentire il morire»: il primo è atto soppressivo della vita, il secondo è accettarla fino alla morte.

Nel nostro mondo, a volte difficile, il Natale ci aiuta, soprattutto quest'anno, a prendere coscienza – lo ha detto Benedetto XVI – di quanto valga la vita umana, la vita di ogni essere umano, dal suo primo istante al suo naturale tramonto” (“Angelus” 24/12/06). Da qui si riparte.

Marco Doldi
Gennaio 2007

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8 Gennaio 2007

 

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