Fecondazione irresponsabile

Perché correre il rischio?

Ha suscitato molto scalpore la vicenda di una coppia catanese, entrambi portatori sani della talassemia. Dopo aver fatto ricorso alla fecondazione artificiale per creare alcuni embrioni, hanno espressamente domandato che fossero impiantati nel grembo della donna solo quelli che risultavano non a rischio di malattia. La domanda è finita sul tavolo di un giudice, che ha risposto negativamente, perché la legge sull’interruzione della gravidanza non permette di compiere l’aborto come strumento selettivo. Questa decisione ha alzato un gran polverone e una miriade di accuse volte alla recente legge sulla procreazione medicalmente assistita. Su questo avvenimento è necessario fare uno sforzo di grande chiarezza, anche se i mass-media, presentando la notizia non hanno aiutato molto, perché hanno tralasciato alcuni elementi importanti della vicenda ed hanno calcato la dimensione emozionale della vicenda.

Da un punto di vista etico, la scelta di due genitori portatori sani di talassemia di procedere ad una gravidanza è un gesto carico di responsabilità: si calcola che il figlio potrebbe essere sano nel 25 % dei casi, malato nel 25%, portatore sano nel 50%. Davanti a questo rischio si dovrebbe valutare con molta attenzione se il desiderio di avere un figlio sia da promuovere o da vivere in un altro modo. Purtroppo molti, lo sappiamo, ritengono di avere diritto ad un figlio e pertanto vanno avanti. Il figlio, poi, deve essere sano, perché altrimenti una vita malata non avrebbe valore nel nostro mondo egoista: non sarebbe secondo gli standard di qualità. E per essere certi di raggiungere il proprio scopo e non avere sensi di colpa per avere messo al mondo un figlio malato, molti genitori si rivolgono alla tecnica medica. Con la diagnosi prenatale è possibile vedere, non senza rischio di errore, lo stato di salute del figlio e decidere se proseguire o meno la gravidanza, confortati dalla legge 194. Ma da tempo la tecnica medica è divenuta più precisa e permette, dopo la fecondazione in vitro, di monitorare la salute dell’embrione ed eventualmente scegliere quello sano per procedere all’impianto in utero. Questa si chiama selezione embrionale e comporta la distruzione degli embrioni malati.

Ora, al di là della forte emotività con la quale si è presentato il caso della coppia catanese, bisogna guardare alle cose nella loro realtà. Questi coniugi, consapevoli del rischio di concepire un figlio talassemico, hanno scelto la fecondazione assistita. È stata una scelta buona? Eticamente abbiamo già risposto. Occorre aggiungere che, secondo la recente legge, possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita solo coloro che risultano chiaramente sterili. Lo sono i coniugi catanesi? Questo non è stato detto.

La legge stabilisce che durante tutto l’iter per giungere alla fecondazione artificiale, vista la gravosità dell’intervento, la coppia possa recedere e ritirare il proprio consenso. Non dopo il concepimento, perché siamo davanti ad una o più vite umane nella fase iniziale del loro sviluppo e questa verità scientifica chiama a responsabilità. Se questi sono i requisiti della legge, perché la coppia ha voluto che si eseguisse l’esame del DNA prima dell’impianto? Probabilmente per evitare di iniziare una gravidanza, che avrebbe dovuta essere monitorata continuamente e, nel caso il figlio fosse risultato talassemico, evitare di sottoporsi ad un aborto. Una scelta per non “perdere” tempo con una gravidanza di qualità dubbia e togliersi una preoccupazione.

Un altro aspetto della vicenda che non è stato riportato dai giornali, è il ruolo che ha avuto nella vicenda l’èquipe medica; se la questione è finita sul tavolo di un giudice significa che qualche medico, per motivi etici o professionali, si è rifiutato di compiere la selezione embrionale. Cioè ha ritenuto di non essere al servizio totale dei pazienti, come un negoziante lo è nei confronti del cliente, ma di avere una propria coscienza, davanti alla quale confrontarsi. Perché non ci si occupa mai dei non pochi medici, che ritengono loro preciso dovere porsi dalla parte dei più deboli, come appunto sono gli embrioni? Probabilmente perché è un comportamento scomodo per chi vuol sollevare disonesti polveroni.

E qui arriviamo all’ultimo punto: è ormai documentata l’iniziativa di talune forze politiche, forse alla ricerca di voti, di far saltare la legge sulla procreazione medicalmente assistita, perché riconoscendo il diritto alla vita del figlio violerebbe la libertà di scelta assoluta della madre. Ma siamo sicuri che tutte le donne italiane siano di questo parere? In questi ultimi decenni è maturata una forte sensibilità verso la vita prenatale, anche grazie alle nuove conoscenze scientifiche.

Marco Doldi

 

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ultimo aggiornamento 28/05/2004

 

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