La sofferenza? Ha un senso, come la vita

La sofferenza, grazie all’intervento di Cristo, si trova in una dimensione nuova:

“è stata legata all’amore, a quel amore che crea il bene ricavandolo anche dal male,

ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo

della redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di Cristo” (Salvifici Doloris, 18).

 

“Il laico non può credere a un Dio capace di compiacersi degli estremi patimenti di un portatore di cancro” Con queste parole il filosofo Uberto Scarpelli, scomparso nel 1993, in “Bioetica laica” ripropone la questione della sofferenza davanti alla situazione di una vita, quella del malato di cancro, che non potrebbe più dirsi vita, a motivo di una male devastante. Non sono parole che irridono il credente; al contrario, gli domandano con onestà una risposta credibile al problema del male e della sofferenza nel contesto attuale. Scarpelli stesso non fa professione di ateismo e quindi non tratta ostilmente il pensiero religioso; si considera un laico “che non ha cancellato la domanda su Dio, benché non abbia trovato la risposta”. Anche per lui Giovanni Paolo II ha scritto la “Salvifici Doloris”, lettera apostolica sul senso umano e cristiano della sofferenza umana. Il documento, firmato l’11 febbraio del 1984, compie in questi giorni venti anni. Un tempo relativamente breve, ma nel quale si è compiuta una censura severa sul tema della sofferenza. Dopo aver marginalizzato il discorso sulla morte, ora assistiamo alla cancellazione della sofferenza, ritenuta un non senso. Ne è prova certa il fatto che taluni testi e dizionari di bioetica laica non ne parlino più. Essa è solo un nemico da sconfiggere e alcuni pensatori laici hanno teorizzato che, ormai, la medicina non avrebbe altro scopo che quello di sconfiggere la sofferenza. Sì con l’amara conclusione che l’eutanasia diverrebbe davvero una buona morte. Intristisce e preoccupa questa censura, perché rivela che alcuni non ritengano più necessario interrogarsi sul significato del vivere, del nascere e del morire, etc. Domande inutili! Questo processo ha una motivazione sola: avendo cancellato il discorso su Dio, l’uomo non capisce più se stesso. Pensava di essere più libero, di poter realizzare un ordine umano solido, di poter far progredire l’umanità. E invece quello che sta accadendo oggi è il ripresentarsi del primo atto di sfiducia dell’uomo nei confronti di Dio: il peccato di Adamo. Questo atto rivive ogni volta che l’uomo personalmente o comunitariamente pretende di “emarginarsi” da Dio e finisce per non comprendere più se stesso. In passato l’uomo con il pensiero ha cancellato la domanda su Dio e gli esiti sono stati i totalitarismi del ‘900; oggi l’uomo laico cancella Dio con la scienza e la tecnica e gli esiti sono il disprezzo per la vita, della quale non si capisce più l’intero significato. Davanti a questo scenario così complesso e, al tempo stesso, stimolante per il pensiero cristiano, “Salvifici Doloris” offre una parola da ascoltare. A prima vista, sembrerebbe una riflessione limitata, perché approfondisce “solamente” il significato della sofferenza. In realtà, Giovanni Paolo II è ben consapevole che proprio il tema della sofferenza è la “magna quaestio” circa l’esistenza di Dio. “L’uomo – dice il Papa – non pone questo interrogativo al mondo, benché molte volte la sofferenza gli provenga da esso, ma lo pone a Dio come al Creatore e Signore del mondo. Ed è ben noto come sul terreno di questo interrogativo si arrivi non solo a molteplici frustrazioni e conflitti nei rapporti dell’uomo con Dio, ma capiti anche che si giunga alla negazione stessa di Dio. Se, infatti, l’esistenza del mondo apre quasi lo sguardo dell’anima umana all’esistenza di Dio, alla sua sapienza, potenza e magnificenza, allora il male e la sofferenza sembrano offuscare quest’immagine, a volte in modo radicale, tanto più nella quotidiana drammaticità di tante sofferenze senza colpa e di tante colpe senza adeguata pena” (“Salvifici Doloris”, 9). La sofferenza è un’esperienza fortemente umana, che apre la mente alla domanda religiosa. È un’esperienza che, se considerata e con coraggio accolta, pone l’uomo in ascolto di una risposta che da sé non può darsi, perché non ne sarebbe capace. Sia ben chiaro: non si tratta di un’incapacità intellettuale, perché la risposta vera si trova su un altro piano. Si trova sul piano dell’amore. “Cristo – continua il Papa – ci fa entrare nel mistero e ci fa scoprire il perché della sofferenza, in quanto siamo capaci di comprendere la sublimità dell’amore divino” (13). Quello che l’uomo non sarebbe capace di intendere con le sue forze è che la sofferenza, grazie all’intervento di Cristo, si trova in una dimensione nuova: “è stata legata all’amore, a quel amore che crea il bene ricavandolo anche dal male, ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo della redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di Cristo, e costantemente prende da essa il suo avvio” (18). La “Parola della croce” (cfr. 1Cor. 1,18) è la risposta definitiva all’interrogativo di partenza ed apre uno scenario totalmente inedito: la sofferenza, il cui pensiero fa rabbrividire l’uomo – non è stato così al Getsemani? – si apre ad una luce completamente nuova, che aiuta l’uomo a farsi strada attraverso il fitto buio delle umiliazioni. È la luce della Risurrezione! Scarpelli scriveva con un sottile filo di speranza: “Se Dio è, certamente è un Dio buono”! Appena un’intuizione di quanto il Figlio ci ha rivelato.

MARCO DOLDI

 

 

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ultimo aggiornamento 17/02/2004

 

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