La vita, l'etica, le norme. Libertà o responsabilità?

Marco Doldi invita la Chiesa a riflettere su libertà di cura e responsabilità verso se stessi.

 

Il caso della donna che rischia di morire di cancrena, perché rifiuta l’intervento chirurgico di amputazione di un piede, sta dividendo l’opinione pubblica e le forze politiche e sociali. Per Tiziana Maiolo, assessore delle Politiche Sociali del Comune di Milano si deve imporre il trattamento sanitario obbligatorio, perché “ogni pubblico ufficiale ha il dovere di intervenire per far cessare un immediato pericolo di morte” Dalla parte opposta, Stefano A. Inglese, segretario nazionale del Tribunale dei diritti del malato dichiara: “ci auguriamo che nessuno voglia mettere in discussione con atto così autoritario come il trattamento sanitario obbligatorio la volontà chiaramente espressa di non sottoporsi all’intervento e pensi di non considerare, qualunque sia la ragione e i principi ai quali si ispira, il diritto di ogni cittadino ad autodeterminarsi e ad esprimere il consenso ai trattamenti medici, stabilito da convenzioni e norme internazionali recepite anche dal nostro paese” (“la Repubblica” 1/01/04). La paziente è risultata capace di intendere e di volere, pertanto in grado di esprimere il proprio consenso o rifiuto. Si sa che quest’ultimo è dettato da motivazioni religiose, perché la donna ha dichiarato di credere nella reincarnazione. Così, ogni tentativo per dissuaderla è risultato inefficace e la paziente ha firmato il foglio per lasciare l’ospedale, col sostegno del marito. Questo caso drammatico è destinato a far discutere molto, perché nel nostro contesto culturale è assai vivo il concetto che la libertà sia da rispettarsi, anche quando si configura come autonomia assoluta del soggetto. Applicata all’esistenza umana, libertà significherebbe decisione di far nascere o meno,di vivere o di morire. Può il soggetto accreditarsi un tale diritto? Qui sta il problema vero, di cui il caso di Milano ha tolto il velo. Si comprende che, al di là del caso concreto, il problema esiste e continuerà ad ingigantirsi. Urge una riflessione culturale che porti i responsabili della vita civile a rispondere a questa domanda; la Chiesa può far molto per favorire una tale riflessione, Perché possiede un patrimonio umano e culturale che la qualifica chiaramente come “esperta di umanità”. In tal senso, l’educazione alla sensibilità etica e sociale dovrebbe essere favorita all’interno delle comunità locali e dei gruppi politici di ispirazione cristiana, molto più coraggiosamente di quello che non avviene. Diversamente, ci troveremo sempre più davanti a casi come quello di Milano, che favoriranno contrapposizioni dolorose e difficili da integrare. Ne abbiamo prova anche con il dibattito sulla fecondazione medicalmente assistita, dove il più delle volte manca una seria riflessione antropologica sul concetto di nascere, sulla responsabilità di essere genitori, sulle ragioni che portano ad avere un figlio. Quanto si è dibattuto su questi concetti fondamentali e quanto, invece, si è ridotto la questione ad una semplice accoglienza o rifiuto di taluni articoli della legge?. Esultando o rattristandosi per l’eventuale esito. Alla Chiesa Cristo ha affidato l’uomo non solo chi si professa credente e conosce le verità di fede, ma anche chi è lontano e può essere raggiunto ed aiutato condividendo con lui i problemi nuovi della nostra epoca. Aiutandolo ad una riflessione seria sul valore e la dignità dell’uomo, sul significato della salute e della malattia, sulla relazione con la vita: forse questa non è evangelizzazione? Queste riflessioni ci permettono di vedere oltre. Pur non dimenticando il caso concreto. Di per sé non si può imporre il trattamento sanitario obbligatorio, perché una delle condizioni per applicarlo, è che la persona sia incapace di intendere e di volere. Per di più, procedere con l’intervento chirurgico coatto si configura come una lesione alla integrità personale e l’atto è passibile di pena. Affermato questo, è pur vero che il cittadino non si può sottrarre a una cura che eviti la morte certa, perché il suo rifiuto si concretizzerebbe come una forma di suicidio, reato penale. Inoltre, il Codice Deontologico sancisce che “dovere del medico è la tutela della vita e della salute fisica e psichica dell’uomo” (art. 3). Queste diverse norme si fondano su diversi principi: non si può ledere l’integrità della persona, contro la sua volontà; la vita fisica è un bene di cui lo Stato italiano è garante; l’identità del medico che lo pone a difesa della vita. Non sappiamo come questi principi saranno concretizzati, ma avvertiamo, ancora una volta, l’urgenza grave che si torni a riflettere sui contenuti etici ed antropologici delle norme, per trovare la giusta armonizzazione delle due diverse istanze: libertà nelle cure e responsabilità verso se stessi.

MARCO DOLDI

 

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ultimo aggiornamento 17/02/2004

 

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