Dal femminismo al gender: è questa la
libertà?
Nuova tendenza nelle mitizzate organizzazioni internazionali:
non si distingue più tra natura maschile e femminile,
ma in base al "libero" comportamento
Sempre più frequentemente parecchie organizzazioni
internazionali parlano di “gender” (genere) sessuale
con l’intento di superare la distinzione di maschile e di
femminile. Quale che sia il suo sesso, l’uomo e la donna potrebbero
scegliere il proprio genere di comportamento: eterosessuale, omosessuale,
transessuale. Non è fuori luogo dire che siamo davanti ad
una nuova rivoluzione culturale, i cui effetti non possono lasciare
indifferente la Chiesa.
Le premesse a tutto questo, come ha ricordato recentemente “La
Civiltà Cattolica” (3702), risiedono nel femminismo
degli anni passati. Come è noto, questo movimento si è
sviluppato secondo due fasi fondamentali: l’emancipazione
e la liberazione. L’emancipazione significava il bisogno della
donna di doversi sottrarre al dominio dell’uomo per rivendicarne
la parità prima di tutto nel settore del lavoro e delle professioni.
Si esigeva: le pari opportunità tra uomini e donne, la tutela
del lavoro contro le discriminazioni sessuali, la distribuzione
del lavoro domestico tra moglie e marito: In campo propriamente
politico, si voleva riequilibrare la rappresentanza parlamentare
col riservare quote alle donne nelle elezioni, non soltanto amministrative,
ma soprattutto politiche, e chiamando un notevole numero di donne
ad assumere incarichi di governo a livello ministeriale.
La liberazione, fase successiva, ha comportato per il femminismo
la lotta radicale per la liberazione della donna da tutti i condizionamenti
della società sessista, e, quindi, per il diritto al libero
esercizio della sessualità, per il diritto a disporre liberamente
del proprio corpo – “il corpo è mio e lo gestisco
io” – e, quindi, per il diritto all’aborto, per
il diritto a scegliere liberamente i tempi della maternità
e ricorrere all’uso di contraccettivi e a tutte le tecniche
di fecondazione artificiale, senza dover sottostare a precetti morali
o religiosi di alcun genere.
In particolare, il femminismo radicale ha combattuto per la liberazione
dall’istituto familiare come unica forma legittima di unione
a livello anche sessuale tra due persone, chiedendo l’equiparazione
legale alla famiglia tradizionale delle unioni di fatto e delle
unioni tra due omosessuali o tra due lesbiche per quanto riguarda
la mutua assistenza, il regime ereditario e la possibilità
di adottare bambini.
Questa equiparazione oggi è giustificata nelle Conferenze
delle Nazioni Unite proprio con l’ideologia del “gender”,
secondo la quale l’essere uomo o donna non è fondamentalmente
determinato dal sesso, ma dalla cultura, per cui, se in base al
sesso esistono soltanto due “generi” (maschile e femminile),
in base alla cultura esistono cinque “generi” (maschile,
femminile, omosessuale, bisessuale e transessuale).
Ciò significa che la persona umana non dovrebbe essere più
definita in base alla sua struttura biologica, ma in base alla comprensione
che essa ha della propria identità psicosociale, la quale
può non corrispondere alla sua identità sessuale.
Nell’ideologia del genere il sesso biologico non determinerebbe
naturalisticamente il destino della persona, ponendolo nel ruolo
o status di uomo o di donna e quindi riservando alla donna i compiti
generazionali e materni; ma sarebbe la persona che, in base al clima
culturale in cui vive e alle proprie esperienze, sceglierebbe liberamente
di essere uomo o donna e di comportarsi da uomo o da donna, astraendo
dalla sua composizione corporea per far riferimento soltanto alla
dimensione socioculturale.
La “natura” comporterebbe la fissazione sulla differenza
sessuale, e dunque l’immobilismo: perciò lascerebbe
poco spazio alla libera autodeterminazione. Invece la “cultura”,
ciò che si ritiene essere giusto in quel momento, libererebbe
la persona dal determinismo bio-fisiologico, facendo posto alla
scelta autonoma di essere uomo o donna o di comportarsi alternativamente
da uomo o da donna. In definitiva, alla radice dell’ideologia
del gender c’è il tentativo della persona di liberarsi
dai presunti condizionamenti biologici, per poter modellare a suo
piacimento il proprio orientamento
Sintetizza il Pontificio Consiglio per la Famiglia: “Nel decennio
1960-1970 si sono affermate alcune teorie, secondo le quali l’identità
sessuale di genere (gender) sarebbe non solo il prodotto dell’interazione
tra la comunità e l’individuo, ma sarebbe anche indipendente
dall’identità sessuale personale. In altri termini,
nella società i termini maschile e femminile sarebbero esclusivamente
il prodotto di fattori sociali, senza alcuna relazione con la dimensione
sessuale della persona. In questo modo, ogni azione sessuale sarebbe
giustificabile, inclusa l’omosessualità, e spetterebbe
alla società cambiare e fare posto, oltre a quello maschile
e femminile, ad altri generi nella configurazione della vita sociale.
L’ideologia di gender ha trovato nell’antropologia individualista
del neo-liberismo radicale un ambiente favorevole” (“Famiglia,
matrimonio e unioni di fatto” 2000).
Marco Doldi
www.genova.mpv.org
ultimo aggiornamento 17/09/2004
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