L’embrione riconosciuto come essere umano

 

Tra mille diatribe al Senato è passata una legge delle più attese: quella che regolerà la procreazione medicalmente assistita. L’attuale situazione italiana è stata definita da Far West, perché tutto è possibile. Basti pensare che un figlio può venire al mondo con cinque figure genitoriali diverse: il padre e la madre che desiderano il figlio, ma non possono averlo per sterilità assoluta, l’uomo e la donna che donano i gameti sessuali – e sono i genitori biologici – la donna che, eventualmente, porta avanti la gravidanza, gratuitamente o per interesse. A questo aggiungiamo cronache conosciute. Donne, che, terminata l’età fertile, divengono madri grazie all’ovocita prelevato dalla figlia: così il bambino che nasce è figlio e nipote contemporaneamente.
Ancora, ricordiamo la condizione degli embrioni congelati, frutto di precedenti fecondazioni. E il reale rischio che l’embrione sia utilizzato per la sperimentazione, per il prelievo delle cellule staminali, per la cosmesi, etc. Infine quale controllo sanitario esiste per i centri dove si pratica la fecondazione artificiale?
Questa situazione non era più accettabile in un Paese civile come il nostro. Davanti al tentativo, pienamente giustificato, di dare una legge al riguardo, l’osservazione etica fondamentale resta una. Le tecniche di fecondazione artificiale si sostituiscono all’uomo e alla donna in quel momento unico di donazione e di apertura alla vita che è l’atto coniugale. Il figlio nascerà non dal loro incontro intimo, ma dall’intervento di biologi. Ciò non significa che il figlio non sia desiderato, accolto, amato; significa solo verificare la modalità del concepimento. Questa osservazione etica resterà valida sempre e stabilirà il confine tra un intervento terapeutico che rimuova, quando possibile, le cause della sterilità o che intervenga per facilitare l’incontro dei gameti sessuali, e un intervento che si sostituisca ai coniugi nel momento in cui diventano genitori.
Con questa precisazione il testo di legge presenta aspetti significativi, a partire dal primo articolo, dove si afferma l’idea centrale: la legge “assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”. È un’assoluta novità ed è segno di alta civiltà, perché lo Stato si pone anche dalla parte del più debole, come è l’essere umano nella fase iniziale del suo sviluppo. E non può essere diversamente. Nel 1996 il Comitato Nazionale per la Bioetica, aiutando il legislatore dichiarava di essere “pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale di trattare l’embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si riferisce comunemente la caratteristica di persone”.
Coerentemente, la legge ha recepito questa autorevole indicazione, concretizzandola in diversi paragrafi.
La fecondazione eterologa è rifiutata: darebbe al nascituro un padre biologico, diverso dal genitore, che desidera il figlio. Non è possibile produrre un numero maggiore di embrioni, rispetto a quelli necessari per l’impianto: quale sorte toccherebbe a quelli in eccesso? Il bene dell’embrione comporta che si vieti la crioconservazione, la sperimentazione, l’alterazione del patrimonio genetico, la clonazione, il prelievo di cellule staminali. E il bene del concepito richiede una famiglia responsabile: no ai genitori in età da nonni, no a single, no a coppie gay.
La legge presuppone un preciso dato scientifico: il frutto del concepimento non è una cosa, ma un essere umano nella fase iniziale del suo sviluppo. Questo ha affermato il Comitato Nazionale per la Bioetica: “Ebbene, dal momento che ciascuno di noi è stato embrione non si può non sentire che l’embrione è un nostro simile e trovare in questo fatto la ragione sufficiente per adottare un atteggiamento di rispetto e di cura nei suoi confronti”.
Tali affermazioni portano necessariamente a rivedere una mentalità tipica del passato, che conferiva importanza primaria a chi è già adulto e, pertanto, può disporre liberamente di chi è più debole.
Continuare ad affermare che il figlio è un diritto porta a misconoscere che egli ha, in realtà, diritto ad essere concepito in modo umano, a nascere sempre, nonostante difficoltà oggettive, perché egli vale di per sé. Oggi la libertà non può essere più intesa come autonomia assoluta, come scelta di compiere ciò che si vuole, ma come assunzione di responsabilità del diritto alla vita del concepito.


don Marco Doldi - Docente di Bioetica, Facoltà Teologica
da Il Secolo XIX, 12 dicembre 2003

 

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ultimo aggiornamento 20/12/2003

 

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