E dopo la Ru486, la vaccinazione contro i figli

I vaccini anti-HCG, da tempo sperimentato in India, e anti-Tba, ora promosso dall'Oms, sono detti "immunocontraccettivi". In realtà eliminano l'embrione già impiantato. Un parassita da snidare, facendo terra bruciata del suo habitat. Ma che futuro ha una specie che si vaccina contro i suoi figli?

Al direttore - Eugenia Roccella su Avvenire spiega come la ricerca internazionale già guardi più in là della Ru486: si sta sperimentando clinicamente la “immunocontraccezione”, un vaccino che scateni una risposta immunitaria contro le proteine prodotte dall'embrione annidato. Il vaccino anti-HCG, (antigonadotropina corionica), è da tempo in sperimentazione in India, ma già si parla di una possibile variante, l'anti-Tba, (antitrofoblasto), in fase di iniziale sperimentazione promossa dall'Oms. “Immunocontraccezione” è però un'espressione impropria, perché il vaccino non impedisce il concepimento, ma elimina l'embrione già impiantato: tecnicamente infatti si parla di sistemi di “controgestazione”. E, a differenza della RU486, il vaccino opera preventivamente, e sistematicamente. Per ora non se ne è ottenuta una efficacia protratta nel tempo, ma l'obiettivo è che la “protezione” antigravidanza duri per alcuni mesi. Cioè, ti vaccini e poi stai tranquilla: se un figlio inizia a formartisi in grembo, ci pensano gli antigeni, opportunamente mescolati con tossina tetanica o difterica, a eliminarlo. La donna non lo viene neanche più a sapere, se abortisce una, o tre volte. E' la immunomaternità acquisita, faccenda automatica e inconsapevole, se non nell'attimo magari poi dimenticato di quella semestrale puntura.
Per i sostenitori dell'aborto “indolore” sarebbe un bel passo avanti. Di quale “dolore” si parla, se nemmeno si è coscienti di avere abortito? Una soluzione ideale. A patto di non stare troppo a pensarci su. Di fatto, con questo sistema si ordina al corpo femminile di trattare il figlio appena concepito come un virus, cui scatenare addosso una contraerea immunitaria per indurre il distacco dell'embrione. Quell'embrione che viene trattato come un parassita da snidare, facendo terra bruciata del suo habitat. Che sarebbe poi il ventre di sua madre; madre che peraltro, quel giorno, ignara starà pensando ad altro. Intanto che la sperimentazione serenamente sperimenta, e già magari gli sperimentatori immaginano un Terzo mondo immunizzato, si può forse ancora osservare che la faccenda appare sinistra.
Un'umanità biologicamente corazzatasi contro i suoi figli, eliminati in silenzio e senza pensarci dal corpo della madre non appena un livello ormonale segnali la inopportuna presenza di un clandestino, è un orizzonte orwelliano. O peggio: quella terra bruciata nel grembo materno, a cancellare fin dal primo insorgere la traccia di un figlio di cui non si abbia nemmeno coscienza né memoria, fa pensare alle istruzioni annotate da Dostoevskji per il Necaev de “I demoni”: “Non lasciare pietra su pietra, e che questo sia la cosa più essenziale”.
L'embrione del nichilismo e l'annichilimento dell'embrione immunitariamente avvelenato si assomigliano. La chiameranno conquista. Ma una specie che si vaccina contro i suoi figli firma culturalmente, se non la sua morte, almeno la vocazione alla sua decadenza.

Marina Cooradi
da Il Foglio
settembre 2005

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26 settembre 2005

 

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